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Il rogo della Santo Spiridione in alcuni documenti inediti

La Spiridione. Archivio Giorgio Spazzapan

Lo storico Lando porta alla luce testimonianze sulla più grande tragedia navale italiana

È stata la più grande tragedia navale della storia italiana. Il più grande disastro avvenuto in un porto. 165 morti accertati, più ancora della Moby Prince bruciata a Livorno. Sull’incendio e affondamento della nave «Santo Spiridione», avvenuta in canale della Giudecca il 27 marzo del 1919, per anni la censura e il governo hanno esercitato forti pressioni. Nascondendo dati e numero delle vittime. Riuscendo presto a far dimenticare quello che era successo.

Adesso, a un secolo di distanza, uno studioso veneziano è riuscito a ritrovare testimonianze e fonti d’archivio. E a ricostruire la storia dimenticata della nave e delle sue vittime. Piero Lando, storico ed esperto di aeronautica, autore di saggi sugli Idrovolanti in laguna e sul Lido del primo Novecento, ha passato mesi in Biblioteca e in Archivio.

Ed è riuscito a recuperare la testimonianza preziosa di nipoti di alcuni scampati al disastro. Allora bambini, che vivevano a Sacca Fisola e che per un fortunato ritardo nin si trovarono in barca quella mattina. «Nelle prime ore del 27 marzo 1919», racconta Lando, «una nave mercantile battente bandiera greca, requisita dal governo italiano perché l’armatore era di Trieste, molla gli ormeggi dalla banchina di San Basilio carica di truppe e benzina per i motori del Mas e degli idrovolanti. È diretta a Pola per rinforzare le guarnigioni che stanno prendendo dei territori redenti. A bordo ci sono anche civili e mogli di ufficiali».

«Appena mollati gli ormeggi», continua la ricostruzione dello storico veneziano, «un’enorme esplosione la squarcia. La benzina stivata si riversa nel canale della Giudecca, che diventa un fiume di fiamme». Un disastro immane. Ma la notizia resta confinata nei giornali locali. «Scatta subito una forma di censura», racconta Lando, «i quotidiani nazionali riportano la notizia nelle edizioni del 28 marzo e poi non se ne troverà più traccia, i settimanali non menzionano la vicenda con l’eccezione de «La Domenica Illustrata» che dedica la copertina al disastro». Quali i motivi di questa cortina di silenzio?

«Il Paese non poteva sopportare un disastro di queste dimensioni appena uscito dalla guerra», dice Lando, «la Regia Marina aveva appena perso due corazzate, c’era la possibilità di un atto di sabotaggio, e Venezia si sapeva essere stata un centro di spionaggio durante la guerra. L'ipotesi venne però esclusa in sede processuale. Fu facile sviare l’attenzione dell’opinione pubblica dato che in quei giorni si stavano evidenziando sempre più i problemi politici alla conferenza di pace di Parigi. La verità arriverà qualche anno dopo con il riconoscimento del numero delle vittime».

Così Pietro Lando è riuscito a recuperare documenti di archivio inediti per raccontare la storia del disastro «nascosto». «L’Archivio dell’Ufficio Storico della Marina Militare ha un faldone dedicato alla Santo Spiridione», racconta, «in cui si trova anche la sentenza della Cassazione del 29 marzo 1922 che permette di conoscere il numero delle vittime e le cause del disastro. Questo fu imputato allo stivaggio non adeguato delle cassette che contenevano la benzina e alla mancanza di un ordine del comandante della nave che vietasse fumare a bordo, non imputabile perché deceduto nell’esplosione. L’ufficiale d’artiglieria responsabile del carico invece non fu processato perché amnistiato. Ho trovato altri documenti molto interessanti, come le note richieste del Ministro della Marina per rispondere alle interrogazioni parlamentari, anche se poi non si trova traccia di queste risposte. C’’è anche un ordine dell’ammiraglio Thaon di Ravell di non dare informazioni alla magistratura».—
 

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