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Sentenza "mazzata": Casinò dovrà restituire 28 milioni

Un debito con il Comune che risale al 2012, ora finito nel mirino della Corte dei Conti. Sezione giurisdizionale: società in subbuglio 

VENEZIA. Una mazzata, capace di tramortire il Casinò: la Corte dei Conti ha ordinato alla Casa da Gioco di pagare al Comune 28,615 milioni di euro.

La sentenza della Sezione giurisdizionale è stata depositata ieri insieme ad un’altra, che condanna a Avm a pagare gli interessi per i 7 mesi di ritardo con i quali ha versato alle casse del Comune - nell’estate del 2013 - i 15 milioni di euro incassati dai pullman turistici per l’ingresso nelle Ztl. Ma se quest’ultima è certamente una scoppola per i bilanci dell’azienda dei trasporti, la sentenza a carico del Casinò potrebbe rivelarsi una ferita mortale.


A passare sotto setaccio i bilanci delle due aziende è stata la sezione giurisdizionale di controllo della Corte dei Conti, che a settembre ha convocato le parti per rispondere alle contestazioni mosse dal procuratore regionale Paolo Evangelista: non si tratta in questo caso di accuse di danno erariale, ma di regolarità del “conto giudiziale”. In pratica, la Corte ha bocciato due voci strategiche del bilancio delle due società per il 2012, su due specifiche partite. Se Avm non gioisce, Ca’ Vendramin Calergi trema.

Accade che nel 2012, quando la casa da gioco non era più da tempo la gallina dalle uova d’oro del Comune, l’azienda non versò a Ca’ Farsetti i 28,615 milioni d’incasso dei mesi di luglio, agosto, settembre. Si trattò di un accordo tra le parti, ratificato da una delibera dell’assemblea della società, presente anche il rappresentante del Comune, per permettere a Cmv di continuare a operare in tempi di vacche magre.

La Procura ha però contestato l’intesa, sottolineando come non sia mai stata ratificata dalla giunta o dal Consiglio comunale e ricordando che il Casinò è un «soggetto concessionario della riscossione di imposte, tributi e canoni di pertinenza del Comune».

Il collegio, presieduto dal giudice Carlo Greco, ha accolto in pieno le tesi della Procura, sostenendo che «il Comune è l’unico titolare delle entrate derivanti dalla gestione della casa da gioco», comprese mance e biglietti d’ingresso, perché a lui è intestata l’autorizzazione al gioco d’azzardo rilasciata dal ministero dell’Interno alla città di Venezia: «La società deve provvedere mensilmente al versamento dei proventi del gioco al Comune» e in cambio riceve dallo stesso un canone minimo di 16 milioni, più una parte variabile degli incassi, fino al 75% degli introiti annuali dei giochi. Quindi: il Comune incassa tutto il 100 per cento e poi ne rigira alla società i tre-quarti, trattenendo per le casse pubbliche il 25%. La convenzione «non prevede alcuna sospensione dell’obbligo di riversare le somme riscosse», «neppure con il consenso del concessionario».

Segue la condanna: il Casinò deve versare al Comune quei 28,6 milioni di euro, con rivalutazione e interessi.

Se dovesse pagare tutto e subito - si mormorava, ieri, tra Ca’ Vendramin e Ca’ Farsetti - sarebbe il fallimento. Una rateizzazione avrà ricadute sugli investimenti. «Certamente la norma prevede la possibilità saldare il dovuto a rate, con il benestare della Procura», spiega il procuratore regionale, Paolo Evangelista, «e siamo pronti ad esaminare i risvolti di questa sentenza: è una situazione complessa. D’altra parte il Casinò non può non tener conto di questa situazione debitoria». Naturalmente l’azienda potrà ricorrere in appello, ma c’è il rischio che sia solo un posticipare il regolamento di conti. —
 

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