“Veneziano dell’anno” ad Adriana Albini per la sua carriera scientifica

La donna, 62 anni, lotta contro i tumori, è master di scherma e scrive libri gialli 

VENEZIA. Scienziata dall’impressionante curriculum internazionale sul fronte della lotta ai tumori. Campionessa di scherma classe Master e autrice di gialli.

È Adriana Albini, 62 anni, laurea in Chimica organico- biologica la vincitrice del premio “Veneziano dell’anno”, attribuito dall’associazione Settemari a personalità ed enti eccezionali perl loro operato. E lei - che guida il laboratorio di biologia vascolare all’Irccs Multimedica e insegna Patologia generale alla facoltà di Medicina della Bicocca, lavorando tra l’Italia e gli Stati Uniti - riceverà il premio domenica 20, alla Fenice, per la sua «straordinaria carriera scientifica nell’ambito della ricerca oncologica e della prevenzione, culminata nella nomina (per la prima volta assegnata a un italiano) nel direttivo dell’American Association for Cancer research».


«Mi ha molto emozionato la notizia di questo riconoscimento, dal punto di vista umano e sentimentale», racconta la ricercatrice, pluri premiata a livello internazionale, «perché è arrivata subito dopo aver perso mia mamma. E per il mio legame con Venezia, che amo moltissimo e dove torno appena posso, anche per le molte amicizie che ho dai tempi di scuola».

Quando è nata la passione per la ricerca?

«Da bambina, sulla spiaggia al Lido: mia mamma Giovanna era laureata in Scienze naturali e passavamo ore a guardare gli animali marini, le piante. Mi piaceva l’idea di scoprire i meccanismi della vita. Mi sono laureata in Chimica organico biologica a Genova proprio per dedicarmi alle molecole della vita: proteine, dna, biochimica. Ho avuto la fortuna di vincere subito una borsa di studio per l’Istituto tedesco, pieno di premi Nobel, molto stimolante e poi essere "chiamata" all’Istituto superiore di sanità americano: 4 anni a Washington».

Cittadina del mondo...

«Una delle cose molto belle della scienza è che è assolutamente senza confini, né barriere di razza o genere: un ricercatore israeliano e uno palestinese firmerebbero sempre una pubblicazione insieme».

Su cosa sta lavorando, ora?

«Ci occupiamo di una cellula del sistema immunitario: “natural killer” che dovrebbero difenderci dalle patologie, dai virus, ma che in realtà dentro i tumori si modificano e diventano a loro vantaggio, invece che dell'individuo. Una capacità di inganno del sistema immunitario che cerchiamo di invertire. E poi l’altra mia grande passione: la “nutraceutica”, la farmaceutica derivata dagli alimenti, molecole tratte da cibi e bevande, utili nella prevenzione di tumori e malattie. Ci siamo occupati di molecole derivate dalla buccia delle arance e dal luppolo, potente antinfiammatorio».

Quando il tumore non farà più paura?

«Si sono fatti straordinari passi in avanti: per il seno, ma anche progressi pazzeschi nella cura di tumori pediatrici, leucemie, linfomi. Ora c’è l’arma dell’immunoterapia: ma la biologia molecolare è molto costosa. Per questo lavoro molto sulla prevenzione: mantenersi in buona salute, fare attività fisica, l’alimentazione, diagnosi precoce».

Scienziata, moglie, madre di due figli, autrice di libri gialli e agonista di scherma.Dove trova il tempo?

«Sono molto competitiva e molto organizzata e i figli sono ormai grandi. Il tempo per la scrittura è quello del primo mattino, dalle 6 alle 8: mi piace raccontare storie gialle legate al mondo della ricerca. Poi il tempo del lavoro - l’insegnamento, il laboratorio, le conferenze, i viaggi - e, tra le 8 e le 10 di sera, la scherma».

Italia e scienza: dalla sua ribalta internazionale, come la vede? E come Venezia?

«Ha una doppia faccia. Gli italiani sono molto preparati: insegno Patologia generale a giovani straordinari, che saranno futuri medici bravissimi. Purtroppo - sembra di essere banali - i finanziamenti sono insufficienti: per studiare le malattie complesse si analizzano big data, servono macchine molto costose, competenze di tipo informatico, statistico e tecnologico che solo pochissimi istituti hanno: ce la caviamo con la fantasia, ma per i giovani quasi obbligatori andare all'estero. Penso, però, che tra Mestre e Padova ci sarebbe molta possibilità di lavorare nella ricerca. Anche per portare la scienza in una realtà storica bellissima: recentemente abbiamo organizzato a Venezia il convegno "Inventrici e innovatrici". Mi dicono che il premio Veneziano dell’anno porti fortuna: per me è un onore e mi piacerebbe fosse l’inizio per fare attività scientifica, a Venezia, in un contesto storico». —
 

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