Venezia, tradizione e nanotecnologie salvano la facciata degli Scalzi

Il marmo di Carrara, ridotto a “zucchero” dall’umidità, rischiava di far crollare a terra le statue. Concluso l’eccezionale e sperimentale intervento di restauro della chiesa di S.Maria di Nazareth

VENEZIA. Un restauro unico e sperimentale, tra storia, arte, mistica e nanotecnologie più avanzate.

È quello - davvero eccezionale - che ha salvato la facciata seicentesca della chiesa degli Scalzi dalla disintegrazione oscura che la stava divorando: la caduta a terra della foglia d’acanto di un capitello, nel 2013, ha infatti rivelato all’improvviso l’inimmaginabile.


«Sotto mezzo millimetro di “pelle” dura, il marmo di Carrara della facciata si stava completamente disgregando, come cristalli di zucchero, per una profondità variabile tra i 6-7 cm, ma anche fino a 12», racconta l’architetta Ilaria Forti, che con il padre Giorgio e l’ingegner Mario Pagan de Paganis ha curato il progetto di restauro, «quella della chiesa di Santa Maria di Nazareth è l’unica facciata in marmo di Carrara a Venezia: la sua porosità non è, infatti, adatta al clima lagunare. Ma mai avremmo pensato di trovarci davanti a un degrado così grave».



Come fare a ridare solidità allo “zucchero”, per di più in una facciata realizzata nel 1680 come “autoportante”, distaccata dalla chiesa, che tanti problemi statici e interventi ha richiesto nei secoli?

Grazie all’incontro tra la tradizione del restauro e la ricerca chimica più avanzata nel mondo delle nanotecnologie: materiali sintetici che hanno ridato solidità al marmo accanto alla più tradizionale calce da rocce carbonitiche, rintracciata a Foligno. Così il tradizionale lavoro congiunto tra progettisti, restauratori, soprintendenza, Laboratorio Lav dello Iuav e il centro nazionale di Firenze e l’Istituto di Geoscenze - con la dottoressa Mara Camaiti - ha disinnescato la “bomba” che poteva far crollare pezzi di facciata su una delle zone più animate della città.



Un restauro finanziato dalla Regione con i fondi statali per lo Sviluppo e la coesione, dall’intervento diretto della provincia Veneta dei Carmelitani Scalzi , ma soprattutto dagli introiti pubblicitari dei grandi spazi sui teloni del cantiere, venduti agli sponsor: mega immagini pubblicitarie che - qui, come per altri interventi in città - hanno fatto talvolta storgere il naso ai più puristi.



«La presentazione di un restauro è sempre un momento di grande gratificazione e soddisfazione per aver salvato un patrimonio artistico della città», ha sottolineato l’ex soprintendete Renata Codello, «ma questo intervento è stato reso possibile grazie al coraggio della comunità dei carmelitani Scalzi che, con me, hanno assunto la decisione di seguire la via dell’affissione di banner pubblicitari, che ha permesso di sostenere i due terzi dei costi dell’intervento. Questo restauro, come altri, non sarebbe stato possibile altrimenti».

Un’intesa tra pubblico e privati applaudita anche dal consigliere delegato Luca Battistella, architetto, intervenuto a nome del sindaco Brugnaro.

Un intervento che in questi anni si è esteso anche al recupero del prezioso brolo, l’Orto Mistico dei frati, che ha ritrovato le sue erbe officinali e le sue vigne, in un percorso aperto a tutti di meditazione con tradizioni secolari, ma anche di produzione agricola nel cuore di Venezia, dal vino divenuto una “star” all’ultimo Vinitaly alla celebre acqua di Melissa, insieme ad un centro d’incontro per giovani e anziani.

«Simo felici di festeggiare il restauro di questo gioiello di Venezia e ringraziamo tutte le persone che vi hanno lavorato», ha detto padre Aldino Cazzago, responsabile provinciale dei Carmelitani Scalzi, «Spero che chiunque entri in chiesa possa dire quello che scrisse Pasternak nel 1912 dopo essere arrivato in Piazza San Marco: “Qui tutto è bellezza”». —


 

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