Tratta di nigeriane, la pm chiede 21 anni

Le due donne sono accusate di aver reclutato e segregato una ragazza finché lei non aveva acconsentito a prostituirsi

MESTRE. Portata dalla Nigeria in Italia con la promessa di un lavoro. Un viaggio infernale fino a Mestre, dove la 23enne aveva scoperto di che lavoro si trattava: si doveva prostituire. Lei si era rifiutata e per questo, secondo l’accusa, era stata segregata tre giorni in un appartamento in via dello Squero, imbavagliata, con le mani legate con una corda e i piedi con una cintura, costretta a stare stesa a terra, picchiata da un uomo che la controllava di continuo e la slegava solo per mangiare.

Su di lei, un’unica minaccia: «O ti prostituisci, o la tua vita sarà miserabile». Alla fine la ragazza aveva ceduto a vendere il suo corpo in via Fratelli Bandiera a Marghera, pagandosi vitto, alloggio e posto in strada. Solo l’incontro con un gruppo di preghiera e poi con gli operatori del Comune aveva permesso alla giovane di riscattarsi e denunciare.



Ieri il processo davanti alla Corte d’Assise a carico delle due donne considerate pedine dell’organizzazione dedita alla tratta è arrivato alle battute finali. La sostituto procuratore Lucia D’Alessando ha chiesto di condannare a 12 anni Ese Eghosa detta “Mama Twin” perché mamma di due gemelli, 32 anni di Mestre (ora ai domiciliari), e Jenny Sandra Aigbeuyimedo, 34 anni di Busto Arsizio (obbligo di dimora), a 9 anni e 6 mesi. Pesantissime le accuse di cui devono rispondere le due: tratta di esseri umani, riduzione in schiavitù e favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione.



Nella sua requisitoria di oltre due ore, la pm ha ricostruito il meccanismo della tratta: «Le cellule, assimilabili a quelle delle organizzazioni terroristiche, sono formate da pochi soggetti di sesso femminile. In questo modo, se qualcuno viene arrestato, non si scardina l’intero meccanismo». Il reclutamento in Nigeria avveniva anche grazie all’intermediazione di un pastore che in chiesa faceva giurare alle ragazze in partenza di impegnarsi a restituire i soldi del viaggio verso l’Italia: «Il patto tra reclutatore e vittime», ha ricordato la pm, «è intriso di elementi esoterici, animistici e magici, in cui i riti vodoo sono come un guinzaglio lungo». Perno dell’accusa, la denuncia della vittima, che si è costituita parte civile con l’avvocato Orietta Baldovin. Una deposizione quella della ragazza che, come ha detto la pm, è stata «coerente e ultra dettagliata» e supportata da numerosi altri elementi emersi durante l’indagine della polizia.

«Nella schiavitù di oggi non si vedono le catene. Ce n’è però una, invisibile, che è l’isolamento. Non si parla più di dominio, ma di controllo», ha chiarito l’avvocato di parte civile Baldovin, «La vittima denuncia quando conosce un gruppo di preghiera. Qui trova coraggio e capisce che non è più sola». In aula a fianco del legale, la vittima. «Oggi è una ragazza che sa l’italiano e lavora. Ha realizzato il sogno con cui era partita dalla Nigeria». Grazie all’emersione e alla denuncia, la giovane aveva ottenuto il permesso di soggiorno: «Un percorso molto faticoso», ha sottolineato la pm, «Non una strada di comodo per ottenere il documento». La parte civile ha chiesto un risarcimento danni di 150mila euro alle due imputate.

Le difese, con gli avvocati Marco Tiffi per Mama Twin e Matteo Lazzaro per Jenny, hanno evidenziato gli elementi di contraddizione tra la denuncia della ragazza e quanto poi dichiarato in aula. Prima ha detto di essere stata segregata «circa una settimana», correggendo poi in tre giorni. O di aver guadagnato 10mila euro prostituendosi, poi modificando la cifra in 2mila euro. La vittima è stata accusata di aver detto bugie per ottenere il permesso di soggiorno. La difesa di Jenny ha ribadito come la donna non si trovasse in Nigeria a febbraio 2016, quando sarebbe avvenuto il reclutamento. La sentenza il 5 novembre. —


 

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