Portogruaro, salvarono gruppi di ebrei. Oggi sono “Giusti tra le nazioni”

I nonni della portogruarese Elisabeth Gyulai, austriaci di origini ungheresi nascosero nel loro castello famiglie perseguitate. Poi fuggirono in Veneto

PORTOGRUARO. «Chi salva una vita salva il mondo intero»: è il verso del Talmud forse più conosciuto nel mondo dopo che Moshe Bejski, ebreo salvato da Oskar Schindler, lo usò per inaugurare nel 1962 il Giardino dei Giusti a Gerusalemme. Tra qualche giorno saranno ufficializzati altri due nomi: quelli di Stefano ed Elisabeth Gyulai, nonni della portogruarese Cristina Gyulai, che insieme al marito, l’ex senatore forzista Paolo Scarpa Bonazza Buora, si recherà a Roma a ritirare l’importante onorificenza. I suoi nonni, infatti, durante la Seconda guerra mondiale, rischiando la vita, salvarono quella di numerosi ebrei nascondendoli nel loro castello in più momenti.



Scorrendo le foto in bianco e nero custodite gelosamente da Cristina Gyulai emerge la storia di una famiglia che rappresenta anche un pezzo di storia di umanità che oggi più che mai è necessario valorizzare. «Stefano ed Elisabeth ebbero il coraggio di salvare numerose vite di persone attorno a loro perseguitate a rischio della loro stessa vita», commenta Scarpa. «Dopo la fine della guerra, la loro terra venne occupata dai russi e dovettero scappare. Alcune vicende sono state rese note già nel 1972, ragion per cui c’è un albero nel giardino dei Giusti in ricordo di Stefano Gyulai».

Ora la storia si arricchisce di ulteriori vite salvate e dal sostegno al marito da parte della moglie Elisabeth. I coniugi Gyulai salvarono almeno sette persone ebree di quattro famiglie differenti, nascondendoli nelle cantine del loro castello. I Gyulai erano una famiglia nobile di origine ungherese e di cittadinanza austriaca che viveva in quella che oggi è la Slovacchia, nella piccola cittadina di Sokolovce. Lo Yad Vashem, l’ente nazionale per la Memoria della Shoah di Israele, conduce un’attività certosina di controllo e di recupero delle vicende storiche relative alla memoria delle vittime ma anche di quanti tentarono di aiutare gli ebrei.

Tra i salvati da Stefano ed Elisabeth vi sono stati un padre e la sua bambina, il signor Feber e sua figlia Edith di soli 11 anni. Erano ebrei, quindi per questo motivo perseguitati. Per salvare almeno la bambina, i coniugi Feber nascosero la piccola Edith in un orfanotrofio. Poco dopo la madre di Edith venne presa e spedita ad Auschwitz. Il padre invece fu più fortunato: sulla sua strada trovò Stefano Gyulai il quale, senza averlo mai visto prima in tutta la sua vita, accettò di nasconderlo nel suo castello, dove erano già nascosti un altro padre con suo figlio.

Nel 1944 le autorità tedesche in Slovacchia requisirono il castello per trasformarlo nel quartier generale della Gestapo: il rischio che scoprissero gli ebrei nascosti in cantina era ad un passo di distanza. Gyulai li fece uscire di nascosto dal castello e diede loro dei soldi affinché si trovassero autonomamente un posto più sicuro dove stare. Il signor Feber con quella somma riuscì a pagare un contadino perché lo nascondesse ma quando i soldi finirono non fu più al sicuro. Non sapendo cosa fare né dove andare, tornò al castello di Stefano Gyulai.

Senza esitazioni il conte riprese a nasconderlo nella sua cantina. Questa volta il rischio era ancora maggiore della prima volta perché nel castello vivevano i soldati della Gestapo e c’erano i loro cani dappertutto. Nel frattempo anche la situazione della piccola Edith iniziava a non farsi più sicura. Uno dei bambini dell’orfanotrofio infatti aveva scoperto la sua identità ebrea e minacciava di rivelarla. La direttrice della struttura in qualche modo riuscì a contattare Feber e ad informarlo del rischio che correva la figlia e della necessità che la portasse via il prima possibile una volta per tutte. Il dilemma straziò l’anima del povero Feber: uscire dalla cantina voleva dire rischiare concretamente di farsi arrestare dalla Gestapo, rimanere nascosto significava far correre tale rischio alla sua piccola Edith.

A risolvere la questione fu il conte Stefano: fece indossare ad una domestica la fascia al braccio col simbolo nazista e lo inviò all’orfanotrio a prendere la bambina. La domestica percorse la strada senza problemi, prelevò Edith e la portò di nascosto nella cantina del castello. Feber e Edith rimasero nascosti in cantina fino alla fine della guerra: i conti provvedevano a tutte le loro necessità e andavano a trovarli personalmente una volta a settimana. Capitò anche che la piccola Edith si ammalò: Stefano ed Elisabeth contattarono un medico di estrema fiducia che venne al castello e la curò. Feber e Edith non furono gli unici ebrei salvati da Stefano ed Elisabeth: lo Yad Vashem ha certificato anche le storie di David Dezider Fischer e sua moglie Lily, Gustav Perl, Alexander e Edith Steiner, nascosti a più riprese nelle cantine del loro castello.

I nomi di Stefano ed Elisabeth saranno quindi scolpiti per sempre nel Muro d’Onore che si trova nel Memoriale a Gerusalemme. —


 

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