Caporalato in fabbrica a 5 euro l’ora, tre fratelli indagati

Subappalti a Fincantieri, nei guai la “Venice group” e una ditta collegata gestita da bengalesi, uno di loro ex vittima Otto dipendenti gli accusatori

MARGHERA. Cinque euro all’ora invece che gli 8 euro e 20 previsti come minimo contrattuale. Per essere assunti bisognava pagare, così come per evitare il licenziamento. Ogni mese, anche un centinaio di ore extra rispetto alle 172 previste. E sempre ogni mese, una volta arrivata la busta paga tramite bonifico, una quota variabile tra 200 e 300 euro doveva essere restituita in contanti ai datori di lavoro.

Niente ferie pagate né malattie secondo il meccanismo della cosiddetta “paga globale” che prevede il pagamento solo delle ore lavorate e alcuna tutela. Sono le accuse mosse da 8 ex dipendenti bengalesi di due ditte - la “Venice Group” e una società ad essa collegata - che lavorano in subappalto per lo stabilimento di Marghera di Fincantieri. Dalle loro denunce è partita l’indagine della Procura coordinata dal procuratore vicario Adelchi d’Ippolito e dal sostituto procuratore Paolo Fietta. Estorsione in concorso l’ipotesi di reato contestata a tre fratelli bengalesi trentenni, residenti a Mestre: uno è legale rappresentante della “Venice Group”, gli altri sono soci.

Nove anni dopo la prima inchiesta della Procura lagunare sui subappalti di Fincantieri, il faro della magistratura torna ad accendersi sul mondo delle micro imprese - oggi buona parte con proprietà e manodopera dal Bangladesh - che si occupano delle lavorazioni per la costruzione delle navi. Gli investigatori stanno verificando se uno degli indagati fosse stato a sua volta vittima di estorsione nel passato. Le prime denunce da parte degli ex operai sono arrivate ai carabinieri di Spinea, una anche alla Finanza, per fatti relativi al 2016 e 2017. Alcuni dipendenti hanno raccontato di essere stati costretti a sottostare all’estorsione perché il lavoro era condizione necessaria per il rinnovo del permesso di soggiorno.

«Un sistema sofisticato», spiegano gli investigatori che stanno ricostruendo il modus operandi dei tre bengalesi. La scorsa settimana la Procura ha delegato una serie di perquisizioni a Finanza e Carabinieri. Oltre una quarantina i militari impegnati che si sono presentati a casa degli indagati e nella sede delle società in un container dentro la sede di Fincantieri.

Perquisizioni anche nello studio di due consulenti del lavoro del Sandonatese - non indagati - che seguono la contabilità e le buste paga per conto delle due ditte. Sono stati acquisiti numerosissimi documenti, tra cui i rapportini giornalieri fatti dagli operai, le buste paga, i mastrini di cantiere. Parte della contabilità è stata recuperata in un garage nelle disponibilità dei fratelli. Il pm ha disposto il sequestro conservativo di una cassetta di sicurezza e di una polizza in scadenza. Le indagini dovranno accertare se la polizza fosse una forma di investimento con i soldi estorti. Ma anche se le contestazioni ai tre possano ampliarsi - sono solo ipotesi - allo sfruttamento della manodopera, all’evasione tributaria, alla truffa ai danni dello Stato per la corresponsione agli operai degli 80 euro del bonus Renzi e se, soprattutto, quanto denunciato sia uno spaccato anche di altre realtà del subappalto in Fincantieri.

Gli indagati, difesi dall’avvocato Stefania Pattarello, respingono le accuse. Ammettono qualche disguido con gli straordinari, ma che per sette degli otto ex dipendenti c’è stata una trattativa in sede sindacale per la liquidazione delle differenze contributive. Sul caso sta lavorando anche l’Ispettorato del Lavoro. —


 

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