«Vivo nella città più bella del mondo, ma solo per chi la visita»

Venezia, per i residenti, è un diventata un paradosso: troppi turisti, troppo degrado, poco rispetto per i monumenti e per le persone che la abitano

Venezia, il galateo del turista: un decalogo per evitare multe salate

VENEZIA. «Di questo passo, si rischia di trasformare la città più bella del mondo in un posto dove non si vive bene. Vale per chi la visita, ancor di più per chi ci abita». È una ferita aperta, così la descrive il titolare di una bancarella a Rialto. La discussione sull’estate cafona, a Venezia, è aperta da anni. Ma, a sentire chi ci vive e ci lavora, si è raggiunto il limite. Il caldo di agosto non ferma il “turboturismo”, prima fonte di guadagno di Venezia. E restituisce una città asfissiata da affittanze turistiche e take away.

Dove gli episodi di cafonaggine si moltiplicano (basta dare uno sguardo alle tante pagine social che pubblicano foto di malcostume), le comitive di visitatori non sono sinonimo di affari e chi ci vive si sente isolato. Va così ovunque, si dirà. Vero, ma la colpa è anche un’altra: «Negli ultimi tempi» continua il commerciante «l’amore verso Venezia, da parte di abitanti e amministratori, è stato sostituito dal lucro».



La qualità del turismo, dice, è precipitata negli anni. L’ha notato di recente. Da cosa? Dalle domande che gli vengono rivolte ogni giorno: «Capita sempre più spesso» racconta, «che mi chiedano: dov’è il ponte di Rialto? Io, qui, ci lavoro a cinquanta metri di distanza». Chi lavora per strada, vive la folla come una “guerra quotidiana”: «Ma ci si fa l’abitudine», dice Ivan, mentre trascina il suo carretto da trasportatore senza sosta. Per altri è più difficile, e l’esasperazione è dietro l’angolo anche solo per andare a fare la spesa: «Non si cammina più, io sono anziana e con le buste del supermercato faccio fatica. E poi fa rabbia vedere tutte queste persone che mangiano sui gradini delle Chiese», dice Alessandra Pieruzzo, pensionata, all’uscita dal supermercato a Santa Marina.

C’è chi tira in ballo la maleducazione. Giovanna Zanella da 23 anni vende scarpe artigianali a San Lio: «Io sarei per il numero chiuso. Se vado da un medico famoso devo fare la coda prima di essere visitata. Venezia è unica e delicata, va salvaguardata e maneggiata con cura».

Altro problema è il moto ondoso, figlio dello stesso sovraffollamento: «Ci sono autostrade d’acqua, io andavo in barca a remi ma adesso ho paura. Il centro storico dovrebbe essere sgombro da lancioni. È una questione di sicurezza».

Il turismo, continua, è una risorsa. Quindi, ben venga. A patto che sia civile e informato. E a patto che ci siano controlli e multe, in caso di trasgressioni: «Perché si è efficaci quando metti le mani in tasca alle persone”, conclude Zanella. Eleonora, titolare dell’edicola a Santa Marina, sente la mancanza delle autorità: «Come veneziani, ci sentiamo soli e non tutelati».

Lo stesso discorso vale per gli affitti dei negozi. Spesso di proprietà di veneziani, lievitano per le dinamiche del profitto. E a risentirne sono negozi di vicinato e artigiani. Qualcuno propone un tetto massimo in base alla rendita catastale: «Così si garantirebbe il libero mercato, ma al tempo stesso lo si governerebbe. Altrimenti, le grandi firme l’avranno sempre e comunque vinta». Se i visitatori aumentano, i guadagni diminuiscono. «Più gente, meno soldi», sintetizza un ristoratore a San Zulian. «A me, come commerciante » spiega il titolare della bancarella di Rialto, «dico: non mi servono mille persone, ma venti che spendano. Più che i tornelli, un danno d’immagine, dovremmo incentivare chi arriva a visitare musei, chiese, mostre», conclude. Si va a risparmio sul letto, sul cibo e sul souvenir, ma non sul giro in gondola. «Il lavoro» dice un gondoliere «è aumentato. Certo, la cafonaggine la vediamo anche noi tutti i giorni». Ma se quella ha cause diffuse, difficili da decifrare, la vera sfida di Venezia è un’altra. La pensa così il direttore dell’hotel Splendid, alle Mercerie: “Alzare la qualità dell’offerta per attirare un pubblico selezionato». —

Eugenio Pendolini

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