Tragedia in laguna, i ragazzi: "Pensavamo di aver colpito una bricola"

Nei verbali della Capitaneria di Porto le dichiarazioni dei quattro giovani nel lancino che ha travolto la barca di Renzo Rossi e Natalino Gavagnin

VENEZIA. Nel buio della notte in laguna, viaggiando verso Punta Sabbioni, credevano di aver impattato su una bricola. Era invece il “cofano” di Renzo Rossi e Natalino Gavagnin, rimasti uccisi. Lo hanno raccontato le ragazze che viaggiavano sul lancino che ha travolto l’imbarcazione dei pescatori agli uomini della Capitaneria nella notte di sabato, una manciata di ore dopo la tragedia nelle acque del Lido.

«All’altezza del curvone di San Nicolò impattavamo una bricola, dal forte urto la barca si inclinava lato dritta», ha riferito una 21enne di Castello nelle dichiarazioni spontanee verbalizzate. Una ricostruzione simile a quella dell’amica 22enne di Murano: «Procedevamo a velocità normale (non correvamo) quando mi vedevo davanti gli occhi una cosa scura, presumevo una bricola. All’impatto la barca si inclinava totalmente dal mio lato bagnandomi completamente».

L’unico a rendersi conto realmente di cosa stava succedendo è, stando alle testimonianze rilasciate alla Capitaneria, Ivan Bastasin, 27 anni di Sacca Fisola, conducente del lancino la cui targa è di proprietà della madre: «In zona San Nicolò, al traverso degli ormeggi delle unità dei piloti, con scarsa visibilità all’ultimo momento mi accorgevo di essere in rotta di collisione con un’altra unità da diporto priva di luci di via. Prontamente provavo a virare alla mia dritta per evitare la collisione che è stata inevitabile». Uno dei passeggeri del lancino, un 28enne della Giudecca, finisce in acqua. Gli amici lo recuperano e immediatamente si avvicinano all’altra imbarcazione.

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È Bastasin che racconta ciò ai militari della Capitaneria e che con le sue parole torna ad accendere la polemica sulla tempestività del Suem. «Notavo una persona distesa sulla schiena con la testa fuoribordo a pelo d’acqua (Rossi, ndr). Alle 23.29 chiamavo il 118 al quale comunicavo di essere coinvolto in un sinistro dove vi era anche una persona prova di sensi. Gli stessi mi rispondevano se potevo trainare la barca e la persona priva di sensi fino a Punta Sabbioni. La mia risposta è stata: “Ma state scherzando? Non si sa se è vivo oppure morto” e il 118 mi diceva di contattare la Guardia Costiera. Dopo mezz’ora circa dalla chiamata giungeva il 118». «La telefonata in questione è stata riascoltata nella verifica che attesta la correttezza e la rapidità dei soccorsi», spiega l’Usl, «In questa confusa telefonata è il giovane stesso che parla di “Punta Sabbioni” e così trae in inganno l’operatore il quale, secondo prassi, dovendo gestire un grave incidente a Punta Sabbioni, deve capire se può intervenire più rapidamente via acqua o via terra». Poi la linea cade. La centrale operativa ottiene informazioni certe pochi minuti dopo, alle 23.35, dal dialogo con le forze dell’ordine. —

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