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A Mestre una macchina da spaccio fatta di confraternite e regole

Violenze verbali e fisiche per marcare il territorio dello spaccio. Alcuni urinavano sulle auto, altri minacciavano a parole 

MESTRE. Una macchina da guerra dello spaccio organizzata come un’azienda: al vertice, un boss indiscusso come il 35enne Keneth Ighodaro, che non per nulla, fiutando l’aria, è già riparato in Francia da tempo.

Coordinava tutto, dai contatti con i trafficanti per l’arrivo della droga da Francia, Olanda, Spagna all’istruzione degli spacciatori: «Non lavorare sempre, fai pausa spesso, cambia look e non vestire troppo elegante, impara a prenotare in tempo la droga», raccomandava alle nuove leve.

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MESTRE. Una macchina da guerra dello spaccio organizzata come un’azienda: al vertice, un boss indiscusso come il 35enne Keneth Ighodaro, che non per nulla, fiutando l’aria, è già riparato in Francia da tempo.

Coordinava tutto, dai contatti con i trafficanti per l’arrivo della droga da Francia, Olanda, Spagna all’istruzione degli spacciatori: «Non lavorare sempre, fai pausa spesso, cambia look e non vestire troppo elegante, impara a prenotare in tempo la droga», raccomandava alle nuove leve.

foto Candussi


A fare da guida nei meandri dell’organizzazione che per anni ha fatto vivere in un incubo gli abitanti di Mestre, è l’ordinanza con la quale la giudice per le indagini preliminari Marta Paccagnella ha disposto gli arresti richiesti dalla pm della Distrettuale Antimafia Paola Tonini, che ha coordinato la lunga, complessa indagine della polizia.

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Così, accanto a Ighodaro, al vertice dell’organizzazione, la Dda ha posto il “direttore amministrativo” Nosakhare Friday Eduzola, gestore di una rivendita di prodotti per parrucchieri in via Monte San Michele: “Nosa” non ha mai venduto uno shampoo, ma garantiva una piazza tranquilla dove spacciare e organizzava l’invio in Nigeria del fiume nero di soldi.

Foto Candussi


Al secondo livello, “i ragazzi di Ighodaro”: secondo l’accusa, Emanuel Obaraye e Simba Onoye sono i fidati quadri dell’azienda nigeriana dello spaccio, coloro che custodivano la droga nelle loro abitazioni e che «si occupano instancabilmente, dal mattino presto sino a sera tardi, di effettuare le consegne sul territorio agli spacciatori del terzo livello, comportandosi come se fossero impiegati che osservano orari e giorni lavorativi», scrive ancora la gip. Impiegati che si lamentano perché il capo li fa lavorare troppo.

Il video della questura sull'operazione "San Michele"



Venti euro a dose. Droga venduta dagli spacciatori «ad ogni ora del giorno e della notte nel “mercato a cielo aperto” insediatosi nelle zone contigue della stazione di Mestre». Nella sua ordinanza - riportando la richiesta di misure cautelari della pm Tonini - la gip Paccagnella spiega come gli spacciatori operassero in due sottogruppi: il “gruppo Nosa” operativo davanti al negozio di Eduzola, che aveva come riferimento il 22enne Ifeanyi Ahama (appartenente a una congrega esoterica “cultista” nigeriana, The Supreme Eiye Confraternity, la confraternita dell’Aquila); e il gruppo “Portici”, operativo soprattutto tra i portici in viale Stazione.



«Da quanto finora argomentato», conclude la giudice, nel motivare gli arresti, «non vi è dubbio che opera sul territorio di Mestre un’associazione per delinquere formata da indagati tutti di etnia nigeriana che, dopo aver scacciato i precedenti spacciatori di etnia magrebina si è “appropriata” di un territorio - la zona limitrofa alla stazione ferroviaria - realizzando un mercato che garantiva un flusso costante quotidiano, diurno e notturno, ininterrotto di cocaina ed eroina ad elevatissimo principio attivo, offerta agli assuntori a un prezzo basso, a fronte di dosi aventi quantitativi doppi o anche tripli rispetto a quelli normalmente presenti sul mercato», che hanno provocato 11 morti per overdose. 

Botte, morsi e pipì sulle auto

Obiettivo primario della banda di spacciatori nigeriani era presidiare h 24 l'area della stazione di Mestre, per riservarla allo spaccio. Con ogni mezzo: botte e morsi, minacce, pipì sulle auto posteggiate.

Lo racconta l'ordinanza della giudice per le indagini preliminari Marta Paccagnella: era compito del "terzo livello", degli spacciatori, garantire che la piazza del mercato fosse libera. «Talmente radicata è ormai nell'organizzazione nigeriana la certezza di controllare il territorio», scrive la giudice, facendo proprie le richieste di misure cautelari della pm Paola Tonini, «che il 29 gennaio 2018 F.R, mentre parcheggiava l'auto in prossimità della stazione, veniva avvicinato da nigeriani che gli chiedevano se avesse bisogno di droga. Alla risposta negativa, veniva minacciato: "Devi andartene, qui è per i clienti che comprano"».

Ma la violenza non è solo verbale, è anche fisica: dai dispetti alle aggressioni più brutali. «Con l'evidente scopo di mantenere liberi i posti per gli assuntori che si recano in stazione per acquistare, dissuadendo tutti gli altri», prosegue la giudice, «sono stati registrati numerosissimi episodi di nigeriani che urinano imbrattando autovetture parcheggiate nell'area "occupata" per lo spaccio».

Poi le botte: «Il controllo del territorio non ammette dissenso». L'episodio più brutale è quello del quale è vittima il gestore del locale Al-Falah, in via Piave, che stanco del via vai di spacciatori, chiama più volte la Polizia. Risultato: il 27 settembre l'uomo è stato picchiato da un nigeriano con pugni in testa, morsi alle spalle e alla tempia. «Non pago di ciò», conclude la gip, « il nigeriano colpiva la vetrata del negozio mandandola in frantumi. È sempre nella logica del controllo del territorio che devono leggersi i numerosi episodi di violenza che sono stati registrati dalle telecamere».

C'è violenza tra nigeriani: per concorrenza. Il 10 ottobre si scatena una rissa nei pressi della stazione, tra «i ragazzi che vengono dalla regione di Edo e i ragazzi che vengono dalle regioni Agbor e Ishan». Il capo Ken Ighodaro parla chiaro: «I ragazzi di Edo si dovranno creare la loro zona per spacciare».