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Tentato omicidio niente risarcimento per ingiusta detenzione

SAN STINO. Era stato in custodia cautelare per tentato omicidio volontario aggravato dal 22 gennaio 2008 al 5 febbraio 2010. All’esito del procedimento, era stato assolto per vizio totale di mente. A...

SAN STINO. Era stato in custodia cautelare per tentato omicidio volontario aggravato dal 22 gennaio 2008 al 5 febbraio 2010. All’esito del procedimento, era stato assolto per vizio totale di mente. A suo carico era stata applicata la misura di sicurezza della libertà vigilata, tenuto conto della sua pericolosità sociale. Undici anni dopo il fatto - era il 20 agosto 2007 - Alberto Marchesin, 34 anni, ha incassato il “no” della Corte di Cassazione alla sua richiesta di risarcimento per ingiust ...

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SAN STINO. Era stato in custodia cautelare per tentato omicidio volontario aggravato dal 22 gennaio 2008 al 5 febbraio 2010. All’esito del procedimento, era stato assolto per vizio totale di mente. A suo carico era stata applicata la misura di sicurezza della libertà vigilata, tenuto conto della sua pericolosità sociale. Undici anni dopo il fatto - era il 20 agosto 2007 - Alberto Marchesin, 34 anni, ha incassato il “no” della Corte di Cassazione alla sua richiesta di risarcimento per ingiusta detenzione. I giudici romani hanno confermato quanto già deciso dalla Corte d’Appello di Venezia.

Stando a quanto riportato nella sentenza della Cassazione appena pubblicata, Alberto Marchesin si era appostato insieme al padre a bordo di una Bmw vicino a un’abitazione. Quando un allora 32enne di Torre di Mosto era uscito di casa ed era salito in auto, Alberto si era messo all’inseguimento della vittima, sparando alcuni colpi e centrando l’auto in sei punti. L’iniziale confessione del padre, che si era assunto la responsabilità degli spari, era stata sconfessata sia dalle valutazioni tecniche del Ris, sia dall’intercettazione di un dialogo tra padre e figlio. La perizia disposta in appello aveva evidenziato che Alberto Marchesin all’epoca era affetto da psicosi paranoide. Di qui l’assoluzione. La Cassazione ha rigettato il ricorso confermando la decisione della Corte che «ha dato adeguatamente conto della grave condotta messa in atto dal Marchesin», evidenziando che «l’esito assolutorio è solo in ragione del riconosciuto deficit di imputabilità. Si tratta di elementi che non consentono di ritenere “ingiusta” la detenzione». (ru.b.)