Sistemi da terroristi Isis per nascondere i traffici

Vazzoler, Moro, Manganelli Di Rienzo e complici usavano la stessa casella di posta per evitare che le mail con le conversazioni sulle operazioni venissero intercettate

JESOLO. Gli inquirenti non hanno dubbi: quella che puliva i soldi provenienti dall’evasione fiscale attraverso vorticosi passaggi dalla Svizzera all’Est Europa e al Medio Oriente, è «una pericolosa associazione a delinquere da tempo operante a livello transnazionale e dedita in modo sistematico al riciclaggio».

Lo scrive il giudice padovano Cristina Cavaggion nell’ordinanza di custodia cautelare a carico dell’imprenditore sandonatese-padovano della new economy Alberto Vazzoler; della fidanzata trevigiana Silvia Moro; della ex compagna Elena Manganelli Di Rienzo, padovana; dello svizzero Albert Damiano, del bergamasco Marco Remo Suardi e del croato Dubravko Zeljko.


Modalità Isis. A rendere temibile la presunta organizzazione non è soltanto la raffinata triangolazione di denaro realizzata mediante società estere e l’entità delle somme fatte circolare, ma anche gli accorgimenti adottati dal gruppo per nascondere il riciclaggio. Una particolare modalità di utilizzo della casella di posta elettronica, annotano gli inquirenti, che «mutuava tecniche di dissimulazione proprie di contesti di terrorismo islamico o di traffico internazionale di stupefacenti». Come funzionava? Gli interlocutori, a conoscenza della password dell’account, accedevano alla casella mail scrivendo i messaggi in bozze poi lette dagli altri; in tal modo ne evitavano la spedizione e il rischio intercettazione.

Le bozze. Malgrado gli accorgimenti, gli investigatori della Guardia di Finanza riescono a “catturare” le mail del gruppo. Che, ritengono, si rivelano importanti per la contestazioni di riciclaggio. Svariate le bozze esaminate, a partire da quella del primo dicembre 2016: «Li ho spostati tutti su D», si legge, «150 li giri su A, 80 li giri su D». O quella del 27 gennaio 2017 “invii gennaio”, contenente un elenco di cifre. Per la Procura sono le tracce della movimentazione illecita di denaro.

La bibbia. Ma è un file excel acquisito il 27 gennaio 2017 tramite un programma spia messo nel pc di Vazzoler, a permettere agli investigatori la raccolta di numeri importanti: la presunta rendicontazione fatta da Manganelli, da Dubai. Si tratta, rilevano, «di una vera e propria bibbia».

«Sono un falso residente». Oltre alle mail, gli inquirenti riescono a catturare anche le conversazioni, con microfoni nascosti nell’auto e nelle case di Jesolo e di Padova di Vazzoler. È il 6 dicembre 2016, le indagini sono solo all’inizio, la Finanza padovana ha appena ricevuto da organismi dell’antiriciclaggio (Financial Intelligence Unit), la segnalazione di flussi finanziari anomali. Il primo passo è capire se Vazzoler risieda effettivamente a Monaco, o meno. È lui che chiarisce la situazione quando, nella Porsche con la fidanzata Silvia Moro, dice «sono un falso residente».

«Siamo in cinque». È sempre l’imprenditore della new economy a raccontare, secondo gli inquirenti, l’attività. Il 22 febbraio 2017 sbotta con la fidanzata: «Siamo in cinque, è un problema nostro che siamo in cinque e vogliamo guadagnarci tutti». Ed è ancora Vazzoler a soffermarsi sui soci parlando con un conoscente: «Io ho una società... compriamo e vendiamo oro all’ingrosso, grezzo, con la mia socia che si chiama Elena e con il mio socio di Lugano che si chiama Damiano con cui ho altre attività (...) ci consente di fare contante senza problemi perché l’attività ti dà la possibilità di monetizzare senza problemi, è un po’ la forza di questa attività in questo momento perché il contante non c’è più».

E sempre il 22 febbraio, in corrispondenza a una movimentazione di denaro dalla Spagna, Vazzoler si sofferma sulla rischiosità dell’operazione: «I reati ipotizzabili sono tre. Il primo è il riciclaggio... è inutile che ci pigliamo per il c... io non so come sia in Spagna, ma ti dico in Italia com’è: si chiama trasferimento fittizio transnazionale di fondi oppure, se fallisci, si chiama bancarotta fraudolenta, oppure si chiama riciclaggio»

La mamma morta. L’attività è rischiosa, gli indagati ne sembrano consapevoli. «Ce l’hanno con noi in generale perché sono operazioni finte, questo va capito», dice Manganelli. Tuttavia, il gruppo è determinato e nulla sembra fermarlo: «Nessuno scrupolo, nessuna remora, nessun rispetto: la madre della Manganelli era da poco deceduta e tuttavia viene utilizzata come parte di un contratto ideato solamente per giustificare gli spostamenti di denaro». rilevano gli inquirenti.

Le società. Sui soggetti che hanno assegnato il nero (realizzato con fatture false) al gruppo veneto per il presunto riciclaggio sono in corso le indagini; nell’ordinanza si fa riferimento in particolare a due società di Milano e a una di Caltanissetta (ingrosso articoli medicali), nonché a una lunga serie di aziende cartiere.

©RIPRODUZIONE RISERVATA
 

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