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Il modello Biennale per “salvare” Venezia

Il presidente Baratta: recuperare gli spazi vuoti invitando altre istituzioni

VENEZIa. Il modello Biennale per «salvare» Venezia dalla monocultura turistica che la sta soffocando. Lo indica lo stesso presidente della fondazione Paolo Baratta, che ha colto, ieri, durante la presentazione ufficiale della Mostra Internazionale di Architettura, l’occasione di una domanda su Venezia di una giornalista statunitense per lanciare la sua proposta.



«La vostra Biennale si intitola “Free Space”, Spazio Lib ...

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VENEZIa. Il modello Biennale per «salvare» Venezia dalla monocultura turistica che la sta soffocando. Lo indica lo stesso presidente della fondazione Paolo Baratta, che ha colto, ieri, durante la presentazione ufficiale della Mostra Internazionale di Architettura, l’occasione di una domanda su Venezia di una giornalista statunitense per lanciare la sua proposta.



«La vostra Biennale si intitola “Free Space”, Spazio Libero» ha detto la giornalista rivolta a Baratta e alle due curatrici della Mostra Yvonne Farrell e Shelley Mc Namara «ma questa città ormai, con l’invasione turistica in corso, non è invece quasi più accessibile per i veneziani. Che ne pensate? ».


E se le due curatrici irlandesi si sono chiamate fuori, dicendo che non conoscono bene il problema, Baratta è invece andato direttamente al punto. «Il problema di Venezia non è solo la gestione del turismo» ha esordito il presidente della Biennale, «e il modo di evitare l’uso eccessivo della città o il passaggio delle grandi navi.

Il problema è cosa portare di nuovo a questa città oltre al turismo. Io ho molto amato un libro come “Le pietre di Venezia” di John Ruskin, ma se oggi dovessi scrivere un libro su di essa, lo intitolerei “Le vene di Venezia”, perché c’è un urgente bisogno di una trasfusione di sangue dall’esterno per questa città.

Noi come Biennale lo stiamo facendo, e se oggi voi siete qui non è per le pietre di Venezia, ma per il “sangue” che siamo riusciti a immettere in questa istituzione allargandolo al resto della città. La Biennale ha dimostrato in questi anni che si può fare, che è possibile gestire a Venezia un’istituzione culturale facendola crescere in rapporto con la città. Una città che ha spazi incredibili lasciati dalla Repubblica Serenissima, molti dei quali sono vuoti. Noi abbiamo recuperato circa 40 mila metri quadrati di spazi all’Arsenale e 30 mila al Lido. Per questo ci proponiamo come un modello da seguire anche per altre istituzioni che possono prendere casa a Venezia.

Il tema è anche immaginare quali attività si possono inserire in una città come questa. Venezia è una città internazionale, perfetta per tutte le istituzioni che hanno come scopo il dialogo con il mondo. Le vene di Venezia devono essere riempite di nuovo sangue. La Biennale è l’esempio che questo si può fare e con successo. E questo è importante anche per darsi un goccio di speranza in queste discussioni su Venezia sempre condizionate dal pessimismo».

Baratta, il cui lungo mandato alla guida della Biennale scadrà il prossimo anno, si è posto, in qualche modo, anche al servizio di questo possibile scenario di sviluppo alternativo alla monocultura turistica a Venezia, legato all’arrivo di nuove istituzioni e al riuso per esse di spazi oggi abbandonati. «Siamo disponibili ad aprire un discorso complessivo sul riuso degli spazi in città» ha detto Baratta, «ai fini di insediamento di nuove istituzioni».

Un discorso molto concreto e operativo quello dell’ingegner Baratta, che anche negli ultimi anni ha continuato a «recuperare» spazi dismessi per le attività della sua fondazione.

A cominciare dall’Arsenale, dove ogni edizione della Biennale Arti Visive o Architettura vede la «conquista» di nuovi spazi, come ora le Sale d’Armi, dopo Corderie, Artiglierie, Gaggiandre, Tese, Bombarde, fino al Giardino delle Vergini. Ma continuando con il recupero in corso dell’ex Casinò del Lido, dopo la ristrutturazione del Palazzo del Cinema. E l’«acquisizione» parziale dell’isola del Lazzaretto Vecchio, per ospitare la sezione della Mostra dedicata alla realtà virtuale.

Fino all’ultima «conquista», quella dell’ex Caserma Pepe del Lido, con una mostra sul tema della rigenerazione urbana, collegata anche al tema del Padiglione della Francia in corso alla Biennale Architettura, in attesa che il magnifico spazio di proprietà del Demanio possa in futuro diventare sede di uffici pubblici. Non è del resto la prima volta che Baratta «lavora» per portare nuove istituzioni a Venezia, come tentò di fare alcuni anni fa, per portare nell’ex Caserma Manin, diventata poi un centro di residenza studentesca, l’Ufficio Europeo dei Brevetti. Un tentativo che allora non andò a buon fine, ma ora anche per altre istituzioni, molte cose potrebbero essere mutate.

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