«Chi è per la democrazia, è dalla parte di Bella Ciao»

Lo storico Isnenghi sul caso dei sindaci che hanno lasciato le celebrazioni del 25 aprile, perché i bimbi delle scuole di Quarto d'Altino hanno intonato il canto dei aprtigiani

MESTRE. «Non ci si può dichiarare antifascisti e rifiutare una canzone come “Bella Ciao”. È quanto meno incongruo». Così il professore Mario Isnenghi, docente di Storia, commenta la polemica sulla Resistenza dell’altro giorno quando il vicepresidente della Regione, Gianluca Forcolin e i sindaci di Quarto, Claudio Grosso e Marcon, Matteo Romanello, hanno abbandonato la cerimonia dopo che i bambini della scuola elementare di Quarto avevano cominciato a intonare la canzone simbolo della Resistenza. Isnenghi, già direttore del Dipartimento di Studi storici di Ca’ Foscari, presidente dell’Iveser, l’Istituto veneto di Storia della Resistenza, ha 80 anni e lo sguardo lucido dello studioso che si è occupato della nascita della democrazia in Italia.



Professor Isnenghi, che ne pensa di quanto accaduto?

«Mi ha colpito l’intervista di del vice presidente della Regione Forcolin non solo per la sua evidente insensibilità alla Resistenza, che giudica come una cosa di una volta, purtroppo ormai in buona compagnia, ma perché sarebbe bello capire se si è accorto della virata nazionalista della Lega, che qui in Veneto deve tenere accesi i due forni, quello della svolta di Salvini, che va a parlare anche a Cefalù, e quello della variegata galassia venetista. Questa tendenza a essere ondivaghi mi pare insita anche nel comportamento di Forcolin di domenica. Ma io non mi stupisco di questo. Potremo dire così: è la lotta politica, bellezza».



Ma“Bella Ciao” che canzone è?

«Le origini della canzone sono precedenti alla Resistenza ma capita spesso, nella storia delle canzoni popolari, che poi i brani assumano altri significati. Un percorso simile lo ha fatto “Giovinezza”, un canto goliardico poi ripreso dagli arditi e diventato una canzona fascista. Tornando a “Bella Ciao” la sua grande diffusione si deve anche al fatto che è una canzone facile, che possono cantare tutti, un po’ luttuosa e un po’ felice come possono essere le canzoni, e che non ha connotati strettamente politici, riconducibili a una parte piuttosto che all’altra della Resistenza. Noi che ne sappiamo del partigiano morto? Potrebbe essere stato un comunista come un cattolico. Quel che sappiamo è che è un partigiano. Non è una canzone come “Fischia il Vento”, dove si parla di rossa primavera o di sol dell’avvenir».

“Bella Ciao” può essere definita di parte?

«Certo che è di parte. Nel senso che è dalla parte dell’antifascismo e della democrazia. La stessa scelta di campo che ha fatto il nostro Paese. E’ una canzone partigiana e non può che essere, in questo senso, di parte. Non è di parte nel senso che non appartiene a una parte della Resistenza. Anche i democristiani l’hanno sempre cantata senza imbarazzi».

Non ha senso partecipare alla cerimonia e poi andarsene alle note della canzone?

«E’ un comportamento incongruo. Bisognerebbe chiedere a Forcolin e a chi se ne è andato perché lo hanno fatto. Non è la canzone dei comunisti, come hanno detto. Avrebbero avuto qualche ragione in più ad andarsene, pensando alla politica del presente, se i bambini avessero intonato le note di “Fischia il Vento”».

Cantare “Bella Ciao” fa paura a qualcuno?

«Non credo faccia paura. Chi se ne è andato sostiene che non conti più nulla. Il fatto di essersene andati può essere letto come una forma di affermazione identitaria, per dire che San Marco è più importante della Resistenza - di cui “Bella Ciao” è un simbolo - che per molti leghisti continua a rappresentare la reminiscenza dello Stato italiano in chiave anti-veneta. Sì, c’è la Resistenza, ma il 25 aprile è prima di tutto San Marco. E qui torniamo alla domanda su che cosa sia oggi la Lega nel Veneto».

Che rapporto c’è oggi con la Resistenza?

«È un capitolo di un tema più ampio che riguarda il rapporto con la Storia e con il nostro guardarci indietro, anche se c’è qualcuno che proprio non si volta. Ormai il presente interroga il passato solo secondo i bisogni del presente e si procede per anniversari, politiche della memoria o dell’oblio. La questione è il rapporto con il passato e troppo spesso ci si volta indietro solo quando c’è un interesse politico presente».

©RIPRODUZIONE RISERVATA
 

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