«Centri commerciali di Mestre, futuro a rischio»

Grido d’allarme di Micelli, docente Iuav: «L’avanzata degli acquisti online metterà fuori gioco le attività tradizionali»

MESTRE. «Il riuso delle città non riguarda solo fabbriche e capannoni: il futuro dei centri commerciali è assai problematico». L’avvertimento arriva da Ezio Micelli, docente di Estimo all’università Iuav di Venezia ed ex assessore all’Urbanistica a Venezia. Che mette in guardia politici e amministratori. «Quel che da tempo sta avvenendo in Usa, prima o poi succederà da noi. Il sistema dei centri commerciali in America è da tempo in crisi, con chiusure e abbandoni di spazi», spiega Micelli, «e il problema dobbiamo porcelo anche noi: la digitalizzazione, l’avanzata degli acquisti online portano a chiudere attività legate alla vendita di elettrodomestici, all’elettronica di consumo perché l’acquisto non avviene più con il rapporto diretto con il negozio».


I primi segnali ci sono tutti. Aziende come “Trony”, “Mediaworld” minacciano chiusure; venti di crisi per “Footlocker” (catena di calzature sportive).

La grande distribuzione è in difficoltà e a Mestre, circondata dai megastore, ci si dovrà porre anche il problema delle chiusure di alcuni di questi spazi in futuro? Micelli teme di sì.

I grandi centri, da Auchan a Nave di Vero, si combattono a suon di offerte e proposte collaterali, dalla ristorazione alla musica gratuita. Apple alla “Nave de Vero” è una enorme vetrina per clienti che poi acquistano anche via internet.

Decathlon” consente di provare un capo in negozio, prenotarlo sul computer di casa o del negozio e riceverlo a casa o in cassa.

Un grande marchio dell’alimentare come Coop ha lanciato, a pagamento, la consegna della spesa a casa, acquistata via internet.

«Diventano sempre più grandi ma il “gigantismo” è solo un modo per sopravvivere e questo rischia di causare altri problemi a città come Mestre, che sono state fortemente penalizzate dalle aperture dei centri commerciali. Perché se un negozio sfitto genera un impatto negativo», continua a segnalare Micelli, «se vedo un grande spazio commerciale vuoto, penso che si abbandona il campo».

E così a Mestre il centro storico, con un alto tasso di negozi sfitti (20% almeno) vede anche ridurre gli alloggi locati a residenti perché i proprietari preferiscono farne B&b o appartamenti temporanei per turisti. Scenari che si intrecciano e richiedono politiche di intervento.

La palla lanciata da Micelli viene presa da Maurizio Franceschi della Confesercenti di Venezia. L’associazione in una indagine nazionale ha calcolato che le vendite online tra 2007 e 2016 in Italia sono salite del 75,4 per cento. Nello stesso periodo gli ambulanti sono calati del 10 per cento; i negozi sono calati del 12 per cento; quelli di abbigliamento del 20% e le macellerie del 17 %.

«Vero, la dismissione di grandi spazi commerciali in Usa è una realtà con cui dovremo fare i conti. E le amministrazioni dovranno porre delle regole per bonificare e riutilizzare ampi contenitori, senza autorizzarne di nuovi. Altrimenti l’impatto sociale ed economico sarà negativo come la mancata bonifica di Porto Marghera», avvisa Franceschi. In Trentino hanno già vietato nuovi spazi commerciali. Qui da noi l’alimentare procede a suon di aperture: Famila raddoppia al Pertini, la tedesca “Aldi” apre tre negozi in provincia; Alì apre a Bissuola e si attende lo sbarco di Iperlando vicino Auchan. Ma il bacino d’utenza, di residenti, è sempre quello. La Regione Veneto nel 2017 ha approvato norme per fermare il consumo di suolo che non valgono per i procedimenti edilizi in corso. «Amministrazioni locali, costruttori e proprietari di grandi spazi commerciali, devono mettere un fermo puntando sul riuso e la riconversione degli spazi dismessi».

©RIPRODUZIONE RISERVATA
 

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