«Scalpello e tariffe più alte così recupero i masegni»

Alberto Botti, imprenditore di Malcontenta: «Restaurare le vecchie pietre  in trachite costa di più ed è più difficile. Bisogna adeguare i capitolati d’appalto»

«L’arma segreta? Uno scalpello particolare, che in veneziano si chiama s-ciapin. Ma bisogna saperlo usare. E, soprattutto, bisogna avere i soldi per pagare gli operai specializzati, e non fare gare al ribasso». Alberto Botti è il presidente della Marmi Venezia srl di Malcontenta. Ditta specializzata in pavimentazioni tradizionali. Interviene sulla polemica lanciata dal nostro giornale sulle nuove pavimentazioni della città storica. E lancia una proposta: «C’è un sistema semplice per non vedere quello sfregio dei masegni in trachite», dice, «basta restaurare quelli vecchi, invece di mettere al loro posto lastre di cemento o lastre di nuova produzione, che sono molto più sottili, dai 3 ai 6 centimetri invece dei 20 di quelle tradizionali».

Invece i lavori fatti sulla pavimentazione veneziana sembrano ormai lasciati all’iniziativa delle singole ditte. Un protocollo firmato nel 2005 tra Soprintendenza e Comune prevede regole molte rigide sui lavori del sottosuolo. Ma la realtà è sotto gli occhi di tutti. Interventi per le nuove tubazioni, cavi elettrici e cavi telefonici e della fibra ottica lasciano il posto a quadrati di legno per qualche mese. Poi a pezzi di cemento e sassi al posto dei masegni.


«Molti operatori non si sono mai occupati di questo particolare materiale», continua Botti, «e non dispongono certo delle tecniche e degli utensili dei nostri avi scalpellini». A cominciare, appunto dallo s-ciapin. Il segreto è in realtà molto semplice: «Si preferisce fare il sottofondo di cemento e non più di sabbia», spiega l’imprenditore, «e invece di restaurare gli sconnessi pezzi esistenti, si procede con le nuove lastre regolari che offre il mercato. Lavoro più celere e anche più economico».

Anche la storia che la trachite classica sia ormai esaurita non è del tutto vera, secondo Botti. «Proprio in questi giorni la Regione ha concesso l'autorizzazione per cinque cave dotate dei requisiti», dice, «con divieto di attaccare il fronte della montagna ma di scavare in profondità del livello del piano della cava oppure scavare in tunnel». Dunque la disponibilità di pietre tradizionali c’è. E anche quella degli imprenditori specializzati e con una certa esperienza. «Il problema è anche economico», continua il presidente della Marmi Venezia, «perché i capitolati prezzi non congrui, non incoraggiano l’oneroso compito del restauro». Ma a fronte di un piccolo risparmio si ottiene in realtà un lavoro che resterà per sempre. Con le vasche di cemento e metallo al posto dei tradizionali cunicoli, il cemento invece della sabbia, i contorni in metallo. E le pietre che non sono più la storica trachite che ha fatto famosa Venezia nel mondo.

«L’impresa di Botti ha restaurato la pavimentazione della diga di San Nicolò dopo i lavori del Mose per la Coedmar, la banchine del Nicelli al Lido, il sottoportico di via Poerio, sempre con la trachite rimessa a posto. «Adesso a Dolo stiamo recuperando i cordoli di un marciapiede tagliando le parti sconnesse, ripulendo gli elementi con sabbiatura con quarzite e ricollocandoli on modo stabile». Insomma, intervenire con tecniche di recupero e non distruttive è possibile. L’esempio sono i lavori fatti in alcune parti della città. Ma i costi in questo caso sono superiori. Per risparmiare qualche migliaia di euro, però, il rischio è quello di vedere sempre più la pavimentazione storica della città trasformata in patchwork.

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