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Sabbadin, il Papa invia la benedizione

Il Santo Padre nega l’incontro al figlio del macellaio di Caltana, assassinato da Battisti: «Esula dalle nostre competenze»

di Serenella Bettin
2 minuti di lettura

CALTANA. Sono passati 39 anni. Trentanove da quando Lino Sabbadin, il macellaio di Caltana, venne barbaramente trucidato dai terroristi, a colpi di arma da fuoco nel suo negozio a Caltana. Trentanove anni da quel maledetto 16 febbraio 1979 e da allora al figlio Adriano, non rimane che quel terribile ricordo. Il figlio Adriano ha perso il conto di quante lettere e raccomandate ha inviato, di quante volte è finito in qualche trasmissione e di quanti politici ha contattato. Ha scritto anche alla Santa Sede, a Papa Francesco. Ma la risposta da parte della diocesi di Padova è arrivata bella e chiara.

«Mi hanno risposto», dice Adriano, «che il Santo Padre mi dà la benedizione apostolica, ma che questa faccenda esula dalle loro competenze». Adriano aveva chiesto un semplice incontro. Voleva andare da Papa Francesco e raccontare la sua storia.

Adriano, quando il padre venne ammazzato, aveva 17 anni e ha ancora impressi gli spari, le urla strazianti della madre e quell’auto verde che sfreccia via. Il ricordo del padre steso a terra, quel corpo trafitto da una scarica di pallottole, quel camice inzuppato di sangue e quell’auto verde che sfreccia via.Per questo delitto gli assassini furono individuati in Cesare Battisti e Diego Giacomin. E vari appelli sono stati fatti per portare Battisti a scontare la sua pena in Italia, ma ancora nulla di fatto. Tutto è rimasto scalfito nella sua mente come quei proiettili sul corpo del padre. Lino Sabbadin, quel giorno, era intento nella sua macelleria a servire un cliente. Sono le 16.45 quando una Volkswagen Passat verde si ferma davanti al negozio. Dalla vettura scendono due tipi a volto scoperto. Entrano nella macelleria fingendosi ispettori dell’igiene. Posano una valigetta 24 ore sopra il bancone e di colpo estraggono le armi. Scostano un cliente, perché è Lino che vogliono colpire. E allora prima un colpo, poi un altro, poi un altro ancora. Sette, otto colpi e Sabbadin cade a terra. Il corpo martoriato da una raffica di pallottole. Tutto intorno, sangue. Strazio e urla.

La moglie, Amalia Spolaore, che in quel momento si trovava in negozio tenta di soccorrere il marito. Ma non c’è nulla da fare. La “colpa” del padre di Adriano fu quella di aver reagito a una precedente rapina ammazzando uno dei banditi.

Battisti, la cui estradizione non è mai stata concessa, è in Brasile. Ha una vita, una figlia e si è risposato. Il 5 ottobre scorso venne fermato e arrestato al confine tra Brasile e Bolivia per violazione della legge valutaria. Una violazione troppo debole per finire in carcere e quindi Battisti venne rimesso in libertà, con tre misure cautelari. Tre anni fa il ministro Alfano aveva fatto visita a Sabbadin. «Aveva detto», racconta Adriano, che avrebbe fatto il possibile per portare Battisti in Italia. Per me ogni giorno è come se fosse quel giorno, è sempre un’angoscia rivivere quei momenti, ancora oggi abbiamo paura. Chiediamo giustizia, anche se ormai non ci crediamo più. Vogliamo che Battisti sconti la sua pena in Italia».

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