Venezia, indagini sui profili Facebook degli jihadisti

La pm ha firmato la richiesta di rinvio a giudizio, la Procura ha chiesto informazioni ai gestori del social network

VENEZIA. «Jihad per noi è fare del bene, non siamo estremisti»: lo hanno sostenuto, nel corso degli interrogatori un paio di settimane fa davanti alla pubblico ministero Francesca Crupi, due dei tre kosovari arrestati a fine marzo con l’accusa di progettare un attentato al ponte di Rialto. Una tesi, questa, che non ha convinto la sostituto procuratore, secondo la quale Arjan Babaj, considerato l’ideologo del gruppo, Fisnik Bekaj, accusato di essere stato a combattere in Siria, e Dake Haziraj, il più violento dei tre, devono essere processati per associazione con finalità di terrorismo internazionale. Per questo nei confronti dei tre presunti jihadisti, la pubblico ministero ha firmato la richiesta di rinvio a giudizio. A breve verrà fissata l’udienza preliminare che sarà celebrata nei primi mesi del prossimo anno.

Interpellato Facebook. La Procura ha chiesto una rogatoria internazionale negli Stati Uniti con l’obiettivo di effettuare ulteriori verifiche sui profili Facebook dei presunti componenti della cellula, chiedendo informazioni e dati al quartier generale del social network. Proprio sui social, infatti, i tre si lasciavano andare a messaggi dai toni considerati allarmanti. Come quando Bekaj, attivo su Facebook anche con il profilo “Abdu Rahman”, teorizzava: «Che Allah ci aiuti a vendicarci con le nostre mani verso i peccatori». Sui social - non solo su Facebook, ma anche su Instagram - i tre avevano postato foto e selfie trovati anche nei loro smartphone: Babaj che impugna un Kalashnikov, Haziraj che tiene in mano un machete, Bekaj che si allena a sparare al poligono e poi ancora con una faccia “minacciosa” davanti alla Basilica di San Marco e al Ponte del Sospiri. Ora in Procura si attendono i riscontri da parte di Facebook.


Nuove indagini. Le difese hanno chiesto che la Procura effettui alcuni altri accertamenti. In particolare l’avvocato Stefano Pietrobon, difensore di Bekaj, ha chiesto di approfondire la questione delle esercitazioni al poligono, per capire se si sia trattato di un episodio singolo o se Bekaj abbia fatto diversi accessi a quella o altre strutture dove ci si allena a sparare. E ancora che si faccia luce sull’invio di denaro, da Venezia al Kosovo, fatto da Bekaj: 900 euro che per la Procura sarebbero stati spediti a persone filo jihadiste. Ma già nel corso dell’interrogatorio a metà novembre, Bekaj aveva chiarito che quel denaro era stato versato a un connazionale che si occupa del sostentamento alle famiglie bisognose. L’unica “colpa” di questa persona sarebbe quella di essersi fatto fotografare con un imam che sarebbe vicino agli ambienti dello jihadismo. Gli avvocati Alessandro Compagno e Patrizia Lionetti, difensori di Haziraj, hanno invece chiesto di approfondire l’episodio del pestaggio dell’antiquario per il quale il kosovaro deve rispondere di lesioni in un altro procedimento.

Il minore in abbreviato. Il 20 dicembre, intanto, davanti al giudice del tribunale dei minori sarà definita, con il rito abbreviato, la posizione del diciassettenne arrestato assieme a Babaj, Bekaj e Haziraj. Sua l’intercettazione choc, cardine dell’inchiesta: «A Venezia guadagni subito il paradiso per quanto monafik (ipocriti, ndr) ci sono qua. Ad avere una bomba... a Rialto».

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