Ginecologa veneziana a Città del Messico: «Tutto tremava, poi è scoppiato il caos»

Terremoto.  Raffaella Schiavon abita a Città del Messico  dall’85: «Commovente la mobilitazione della gente»

VENEZIA. «È stato un insieme di coincidenze terribili e perverse. Il 19 settembre era il 32mo anniversario del terremoto che nel 1985 devastò con 10 mila morti il Messico. Come ogni anno, alle 11 hanno risuonato le sirene, anche per l’annuale esercitazione generale di protezione civile in caso di sisma. Eravamo appena rientrati, quando alle 13 tutto ha tremato paurosamente, a lungo. Io ero in un ufficio in centro, mia figlia nell’ospedale per malati Hiv dove sta facendo la specialistica e mio marito nel laboratorio di ricerca che dirige e dove - mi hanno poi raccontato - è volato tutto a terra, provette, armadi con i farmaci, strumentazioni, e hanno dovuto evacuare i pazienti per strada. Per mezz’ora non sono riuscita a parlare con loro. È stato davvero spaventoso, tremava tutto e un fiume di gente si è riversato per le strada: ma subito è scattata una mobilitazione generale e spontanea incredibile, per scavare anche a mani nude nelle macerie, raccogliere medicine, abiti, acqua, trasferire le persone con ogni mezzo. Un fare rete che ha visto in prima linea migliaia di giovani molto preparati: altro che generazione apatica. Commoventi».



Raffaella Schiavon è una ginecologa veneziana che ha lavorato all’ospedale civile e che dal 1984 abita a Città del Messico: già alto dirigente del ministero della Salute, poi al lavoro con le Ong e l’Organizzazione mondiale della sanità, si è occupata per una vita della salute delle donne messicane.

Sposata con il ricercatore Fernando Larrea, hanno due figli. Parla via Whatspp dalla sua casa nel quartiere a sud della capitale: con la figlia Silvana (medico specializzando) e alcuni amici sta preparando nel salotto di casa pacchi di abiti divisi per taglia, sesso, per consegnarli poi ai centri di raccolta. Il figlio Marco, laureato in Matematica, è in Inghilterra per un master.

«La zona dove abitiamo è abbastanza sicura, perché sorge sulla pietra lavica, anche se questa volta il terremoto si è sentito molto forte anche qui», prosegue Raffaella, il cui racconto corre subito a chi ha perso tutto, «i danni negli altri quartieri sono enormi, anche nelle città vicine, senza dimenticare che due settimane è stato completamente distrutto il sud del Paese, la zona del Chiapas. Tra l’altro siamo in periodo di piogge, ogni notte scravassa in maniera impressionate, rendendo i soccorsi e la vita nei rifugi ancora più difficile. Ma la mobilitazione delle persone è stata incredibile».

«Il primo messaggio delle autorità in caso di sisma è “non muoversi”», prosegue Raffaella, «come medici, ci siamo diretti a piedi, dove - attraverso la rete di solidarietà - sapevamo che c'erano le situazioni più difficili: come nella scuola crollata della quale si è parlato anche in Italia. In città era un caos infernale: non c'erano mezzi pubblici, luce, rovine ovunque, ma quando siamo arrivati c'era già un mare di gente al lavoro. Impressionante. Chi scavava, chi con la moto trasportava le persone, i boy scout che delimitavano la zona, pompieri, medici, infermieri. Alle 22.30 sono arrivati i militari, responsabili del piano nazionale di protezione civile. Ci è stato detto di convergere sullo stadio, centro di raccolta dei soccorsi: un giorno l'abbiamo passato a dividere per patologia i farmaci, fare pacchi con garze, antidolorifici, disinfettanti, da consegnare ai camion per la distribuzione, insieme all’acqua, al cibo, a montagne di secchi per raccogliere i detriti. Certo, ora la gente vuole vigilare: qui nel 2018 ci saranno le presidenziali e c'è il timore che gli aiuti vengano dirottati qui o lì per motivi elettorali».

Schiavon era da poco in Messico, quando nel 1985 venne devastato dal terremoto: «Non riuscii ad avvisare nessuno a Venezia per giorni: alla fine, andai in aeroporto per chiedere a chi veniva in Europa di fare una telefonata alla mia famiglia. Ora c'è Internet, che per fortuna ha retto e che ha permesso di fare subito rete». E adesso? «La sfida è che i soccorsi arrivino dove davvero servono. Quando avremo un riferimento certo per la raccolta fondi, ve lo faremo sapere».

 

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