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Aziende spolpate, in 7 verso il processo

La pm Paola Tonini ha notificato la chiusura delle indagini a carico dei vertici della banda vicina alla ’ndrangheta

di Rubina Bon
1 minuto di lettura
JESOLO. Vanno verso il processo i vertici dell’organizzazione vicina alla ’ndrangheta specializzata nell’acquisire ditte in crisi per riciclare soldi sporchi e ordinare beni che poi non venivano pagati ai fornitori. La pubblico ministero Paola Tonini della Direzione distrettuale antimafia ha notificato l’avviso di chiusura delle indagini – atto che di norma prevede la richiesta di rinvio a giudizio da parte del pubblico ministero – a carico di Antonio Anello (Jesolo, 1954, avvocato Antonio Muscimarro) vicino alla cosca calabrese “Fiarè”, e Michelangelo Garruzzo (Meduna di Livenza, 1960, avvocati Giuseppe Muzzupappa e Giorgio Pietramala) vicino alla cosca “Pesce”, considerati i capi dell’organizzazione, oltre che di Domenico Anello (Curinga, Catanzaro, 1985, avvocato Antonio Muscimarro), Silvana Fiucci (Pescara, 1946, avvocato Gianluigi Tucci), Salvatore Garruzzo (Oderzo, 1986, avvocati Giuseppe Muzzupappa e Ortensio Mendicino), Carmelo Garruzzo (Rosarno, Reggio Calabria, 1971, avvocato Antonino Carmelo Naso) e Rocco Pellegrino (Curinga, Catanzaro, 1983, avvocato Antonio Muscimarro).

Le ipotesi di reato contestate dalla Dda ai sette sono di associazione per delinquere, bancarotta fallimentare, violenza privata aggravata dal metodo mafioso, indebito utilizzo delle carte di credito, ricettazione, tutto in concorso. Ora i rispettivi difensori avranno tempo venti giorni per presentare memorie difensive o chiedere l’interrogatorio dei loro assistiti.

Ma le indagini continuano, visto che gli indagati finiti sotto la lente della Dda veneziana che ha coordinato le indagini del nucleo di polizia giudiziaria dei carabinieri, sono 60, di cui 27 veneti, alcuni dei quali di origini calabresi e trapiantati a Nordest. Gli arresti erano scattati all’inizio di marzo.

Ai sette uomini al vertice dell’organizzazione vengono contestati oltre un centinaio di episodi ai danni di numerose società con sede tra Jesolo, San Donà, il Miranese e la Marca. Nella prosecuzione delle indagini dopo l’esecuzione dell’ordinanza sono state individuate altre cinque società “spolpate” dal gruppo che si sono aggiunte alla lista già lunga. Il metodo utilizzato dalla banda era all’apparenza semplice. L’organizzazione individuava aziende sull’orlo della crisi, le acquisiva e ci metteva a capo una “testa di legno”, ovvero gli “impresentabili” come venivano chiamati dai capi vista la loro incompetenza. Attraverso queste aziende venivano effettuati ordini delle merci più varie, che però non venivano pagati. La merce veniva invece rivenduta a prezzi scontati in Calabria, terra di origine di Garruzzo e Anello.

Al momento, Antonio Anello e Michelangelo Garruzzo si trovano in carcere. Per gli altri cinque (tra cui i figli dei capi), il gip aveva disposto l’obbligo di firma o di dimora. La pm Tonini aveva presentato istanza al Riesame sulla misura cautelare: i giudici avevano deciso per l’inasprimento della pena, ovvero gli arresti domiciliari, anche per gli altri cinque. Misure, queste, che saranno eseguite solo dopo che si concluderà il ricorso per Cassazione.

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