Chiesta condanna per la morte di Valotto

Il pm punta il dito sul titolare della “Trevisan Ecologia” per l’incidente che costò la vita al camionista

NOALE. Alessandro Valotto, autista della “Masiero Trasporti” di Marghera, morì il 5 luglio 2010 a 58 anni schiacciato dai pannelli in cemento armato del capannone della “Trevisan Ecologia” di via Fermi a Noale, dove si era recato per caricare il camion. Per quella tragedia, l’ennesima successa al lavoro, ieri la pubblico ministero Laura Cameli ha chiesto di condannare solo uno dei cinque imputati accusati di omicidio colposo, ovvero Giuseppe Trevisan (avvocati Stefano Zoccarato e Giovanni Scudier), titolare dell’azienda dove avvenne il dramma. Al termine della sua requisitoria, la rappresentante della Procura ha chiesto per l’imprenditore la condanna a 1 anno e 4 mesi, tenuto conto che l’attenuante di aver risarcito il danno ai familiari di Valotto attraverso l’assicurazione è prevalente su tutte le aggravanti contestate.

Chiesta invece l’assoluzione per gli altri quattro imputati: con formula piena per Albino Zonta di Fontaniva (Padova), progettista delle fondazioni del capannone (difeso dall’avvocato Domenico Dissegna), per insufficienza di prove per Lino Sorato, padovano di Borgoricco, progettista architettonico e direttore dei lavori di assemblaggio, Guido Franchin, collaudatore veneziano (entrambi difesi dall’avvocato Francesco Borsetto) e Antonio Salerno, vicentino di Mossano, progettista delle opere strutturali prefabbricate (difensore Mario Faggionato). Le difese dei cinque imputati, nelle rispettive arringhe, hanno invece chiesto per tutti l’assoluzione con formula piena. La giudice monocratica Claudia Gualtieri ha rinviato al 13 giugno per la lettura della sentenza.

A provocare la caduta dei pannelli che avevano causato il decesso di Valotto era stato il colpo dato alle pareti con un muletto da parte di un operaio che ha già patteggiato otto mesi di reclusione, sempre per omicidio colposo (pena sospesa). Nel corso dell’ultima udienza, il perito nominato dal tribunale aveva chiarito che il capannone era stato costruito secondo i criteri vigenti all’epoca secondo cui un edificio doveva essere resistente solamente alla forza del vento e non ad altro, scagionando di fatto coloro i quali avevano costruito la struttura. Con la staffa del muletto, l’operaio aveva urtato una parete del capannone che si era staccata, provocando un effetto domino. Subito erano cadute le altre cinque, che stavano sopra, tutte finite addosso a Valotto, per il quale non c’era stato scampo.

Rubina Bon

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