«Pronti a fare attentati a Venezia»: i kosovari restano in cella

Il momento dell'arresto

Il Riesame ha confermato la misura del carcere per i tre sospetti jihadisti: «Avevano interiorizzato la vocazione al martirio, si dicevano pronti al terrorismo»

VENEZIA. Non è importante che nella loro casa a due passi al Teatro La Fenice, non avessero armi o esplosivi, ma solo un comune coltello: la cellula di fiancheggiatori jihadisti sgominata dagli investigatori veneziani a fine marzo era molto pericolosa. L’occasione giusta e sarebbe entrata in azione.

Venezia, l'arresto della cellula jihadista

Ne sono convinti i giudici del Tribunale del Riesame di Venezia - presidente Angelo Risi, con Alberta Beccaro e Maria Luisa Materia - che hanno fatto propri i «gravi indizi» raccolti dalla Procura antiterrorismo veneziana, confermando la custodia cautelare in carcere per Fisnik Bekai, Dake Haziraj e Arjan Babaj (considerato il capo carismatico della cellula), i tre kosovari arrestati a fine marzo, insieme ad un compagno minorenne, camerieri con regolare permesso di giorno, ma nel tempo libero «impegnati in attività di supporto all’attività terroristica propugnata dall’Isis».

Dake Haziraj e Fisnik Bekai

Obiettivo: martirio. Non erano chiacchiere quel loro continuo inneggiare al martirio, negli incontri in casa, sui social: «Gli infedeli! Per Dio taglierei loro la testa come tagliare una pesca per Dio, come tagliare una cipolla (....) se avessi pietà mentre tagliod elle teste, Allah mi dovrebbe uccidere subito», dice uno degli indagati. E, ancora, “Allah mi è testimone, taglierò la testa a tutti, fosse anche mio fratello, se mi si oppone”.
I giudici parlano di «un progressivo allenamento al martirio (...) espressione del loro quotidiano sentire al punto da dichiararsi ormai pronti per votarsi a un’azione terrotistica (...) “fare Jiahd” era un obiettivo concreto unendosi ai combattenti sui territori di guerra o con azioni eclatanti sul territorio italiano».

La casa nei pressi della Fenice di Venezia, dove abitavano kosovari arrestati

Video e i social. La «costante visione di cruenti video di propaganda dell’ Isis» su come sgozzare le persone o preparare una bomba, gli interventi su Facebook e Instagram, le intercettazioni . Da tutto questo - scrivono i giudici - «emerge una loro progressiva radicalizzazione, tendente a renderli dei combattenti dispobnibili al martirio (inteso come esaltazione e ricerca della morte insieme al maggior numero possibile di infedeli), nonché promotori dell’avviamento di correligionari islamici verso la medesima sorte».

Arjan Babaj

La palestra come arma. Anche la cura ossessiva del corpo faceva parte della preparazione: «Nelle intercettazioni traspare come la preparazione fisica sia strettamente funzionale allo studio di tecniche di combattimento, rientrando tra i doveri di un buon musulmano».

Jihad a Venezia, ecco il covo degli aspiranti kamikaze

I lupi solitari. Per i giudici del Riesame, è perciò «fondato ritenere che gli odierni ricorrenti siano inseriti in un ben preciso organigramma criminale, di cui fanno parte anche altri adepti e che si propone l’obiettivo di promozione e propaganda del terrorismo di matrice islamica». Il mondo del terrore è cambiato: c’è stato un prima - quello degli attentati a New York, Madrid e Londra - e c’è un “adesso”: i tir a Nizza, l’auto sul ponte di Backingham, lo stesso Bataclan. In questo quadro la cellula veneziana, per i giudici del Riesame era molto pericolosa: «Ogni singolo aderente, a prescrindere da direttive ricevute da una figura carismatica, conosce l’obiettivo condiviso: la volontà di colpire gli infedeli occidentale (...) una nuova forma di terrorismo individuale, in cui il principale spazio di arruolamento è rappresentatod ai social network, dove ...chiunque può rendersi protagonista di attentati nei confronti dei nemici. Una chiamata individualizzata alla Jihad».
«Ad aver una bomba...a Rialto» In questo quadro, concludono i giudici del Riesame, acquista concretezza anche l’intercettazione nella quale il minorenne del gruppo «richiama l’attenzione dei compagni sull’opportunità di organizzare un attentato dinamitardo a Venezia: con Venezia guadagni subito il paradiso per quanto monafik (ipocriti) ci sono qua. Ad avere una bomba...a Rialto».

La pericolosità. «Quanto alle capacità effettive del gruppo di porre in essere azioni di violenza», concludono i giudici, «basti rammentare il contenuto dei video dove veniva spiegato come realizzare ordigni esplosivi home made: (...) gravi elementi dimostratvi di una effettiva partecipazione di ciascuno all’associaizone terroristica sovranazionale Isis».

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