Moraglia: "Terrorismo, Venezia ha sperimentato cosa significhi essere a rischio"

Il Patriarca durante la messa di Pasqua (foto Interpress)

Nell'omelia di Pasqua del Patriarca, un passaggio dedicato ai recenti arresti dei presunti jihadisti: "La nostra città non è estranea a certe dinamiche". Piazza e Basilica blindatissime

VENEZIA. Campane a festa ma anche transenne, controlli accurati delle forze dell'ordine e una coda interminabile di fedeli lungo la Piazzetta dei Leoncini fino alla Piazza. È Pasqua e la Basilica di San Marco, per il Pontificale delle 10,30 è blindatissima, all'esterno e anche all'interno dove in prima fila vi sono il questore Angelo Sanna e il procuratore aggiunto Adelchi D'Ippolito.

Nell'omelia la riflessione teologica del patriarca Francesco Moraglia tocca i temi dell'amore e della solidarietà, mentre i riferimenti vanno all'attualità: il terrorismo, la paura, la guerra, le esercitazioni, le portaerei americane, la Corea, la Siria, Stoccolma, le comunità cristiane dell'Egitto e lo scampato pericolo della "sua Venezia" (il riferimento è al recente arresto dei quattro kosovari presunti jihadisti) a cui Moraglia dedica un passaggio: "Noi veneziani, col sollievo per il grave pericolo scampato e ringraziando per l’azione della magistratura e delle forze dell’ordine, abbiamo compreso che anche la nostra città non è estranea a tali dinamiche. E abbiamo provato, sulla nostra pelle, la sensazione d’esser drammaticamente “a rischio”, come tante altre parti del mondo".

E ancora: "Il nostro mondo sembra una grande Babele. Soffiano venti di guerra. Una guerra non ha mai risolto i problemi degli uomini. A tutti auguro una Santa Pasqua di verità, di giustizia e di pace".

Il testo integrale dell'omelia del patriarca Francesco Moraglia.

Carissimi,
l’annuncio pasquale - “Il Signore è risorto!” - che, da Gerusalemme, si è diffuso in tutto il mondo è il frutto di un lungo cammino, non scontato, con cui Gesù ha preparato i discepoli e, in modo particolare, gli apostoli.
Tale percorso ebbe un momento significativo sul monte Tabor, quando Gesù si trasfigurò dinanzi a Pietro, Giacomo e Giovanni che costituivano la cerchia più intima dei Dodici. Al termine di quella teofania Gesù chiese loro di non dire nulla di quanto avevano visto e udito prima che Egli fosse risorto dai morti (cfr. Mc 9,2-10, Mt 17,1-9, Lc 9,28-36); Pietro, Giacomo e Giovanni sono gli stessi apostoli che, di lì a poco, parteciperanno più da vicino all’agonia di Gesù nel Getsemani.
Gesù, al Tabor, mostra una minima parte della sua gloria divina, riflessa nel suo corpo mortale; oltre alla luce, i Vangeli dicono che si sentì la voce del Padre: “Questi è il mio figlio, l’amato, ascoltatelo” (Mc,9,7). 
La trasfigurazione rivela, in modo particolare, la persona di Gesù ma non è l’unico evento in cui ciò avviene; pensiamo al battesimo, sul fiume Giordano, e ai ripetuti discorsi in cui Gesù fa riferimento alla risurrezione.
 Molti, poi, sono i gesti compiuti da Gesù che preannunciano la risurrezione: i miracoli in cui Gesù guarisce corpi sofferenti e quelli in cui ridona la vita alla figlia di Giairo, al figlio della vedova di Nain, a Lazzaro.
Eppure, nonostante ciò, le donne e gli apostoli non riescono a reggere i drammatici eventi della passione e morte di Gesù e quando la mattina di Pasqua si recano al sepolcro risultano impreparati, incapaci di leggere ciò che si pone dinanzi a loro e che è il compimento di quanto Gesù aveva loro detto. 
 
L’inizio del Vangelo appena letto è eloquente: “Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall'altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: "Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto!” (Gv 20,1-2). Sì, non sanno dove l’hanno posto. Questa è la conclusione triste e sconsolata di Maria di Magdala e, con lei, di tutte le altre donne.
Eppure coloro che dicono di volere fatti e testimonianze - i positivisti dell’Ottocento ma, possiamo dire, di sempre - chiudono gli occhi di fronte ad ogni evidenza se non dice ciò che il loro pregiudizio attende.
Basta citare la posizione di Renan, uno dei loro massimi esponenti, a meno che non si ricorra a un invincibile pregiudizio che considera il soprannaturale assurdo e, pregiudizialmente, impossibile; è imbarazzante sostenere quanto Renan dice per una critica che voglia essere reale e obiettiva e aggiornata. Non si può liquidare tutta la testimonianza dei Vangeli e della storia del cristianesimo primitivo così: “La forte immaginazione di Maria di Magdala ebbe in questa circostanza una parte capitale. Potere divino dell’amore! ...la passione  di una allucinata risuscita un Dio al mondo!” (E. Renan, Vita di Gesù, Feltrinelli, Milano 1972, p. 181).
E’ il trionfo del pre-giudizio; si usa un’ermeneutica che è eufemismo definire disinvolta. E, di fronte al pregiudizio di chi dice d’esser privo di pregiudizi, nulla vale se non il pregiudizio che è garante di se stesso.
È essenziale, per il discepolo del Signore, saper rispondere a chi gli domanda le ragioni della sua speranza (1 Pt,3,15). Ne va della sua affidabilità e - come sappiamo - la fede/speranza cristiana iniziano la mattina del giorno di Pasqua con la realtà della risurrezione di Gesù.
 
Il tempo liturgico di Pasqua - che oggi inizia - è dato ai discepoli non solo per celebrare e vivere la Pasqua ma anche per darne ragione. Vivere la Pasqua significa far nostre quelle opere di misericordia spirituali in cui il discepolo è chiamato a consigliare e a insegnare, mettendo al centro la risurrezione di Gesù; questo vuol dire esser Chiesa in uscita che annuncia, abita, educa e trasfigura.
La Pasqua di Gesù anticipa il destino comune del cosmo e della storia e chiede d’entrare, attraverso scelte umane conseguenti, nella realtà del quotidiano. La Pasqua è invocare: “…venga il tuo Regno, sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra…” (Mt 5,10; Lc 11,2).
La Pasqua chiede poi d’instaurare non solo a livello personale, ma anche sociale e politico, relazioni secondo verità, giustizia e solidarietà, nella logica di una riconciliazione sempre possibile. Dobbiamo esser più convinti che nessuna guerra ha mai risolto i problemi degli uomini e dei popoli, tutto al più ha estenuato una delle due parti in conflitto; la pax romana non è la pace cristiana. Certo, l’impegno reale per la pace non è il pacifismo che dice autoreferenzialità e, come tutte le ideologie, invece d’unire separa.
La Pasqua si compie con la venuta dello Spirito Santo e la Pentecoste dice comunione, dialogo, concordia e unità nella verità; la comunione, il dialogo, la concordia sono, esattamente, l’opposto dello spirito di Babele il cui principio è divisione, frattura, inimicizia. A Pasqua l’impegno dei discepoli e delle comunità cristiane è quello di tradurre il dono dello Spirito Santo in concrete relazioni personali, sociali, istituzionali e politiche.
 È necessario ricostituire una società che sappia tenere insieme quanto fino a ora è stato considerato in modo conflittuale, non condiviso.
In questi anni di cambiamenti epocali siamo chiamati a ripensare il contesto in cui viviamo. Si tratta di non considerar fra loro in modo conflittuale la “tolleranza” e la “passione per la verità”, la “tolleranza” e le “convinzioni profonde”. Bisogna nutrire un saggio amore per la propria identità e per la propria storia, senza chiudersi in se stessi, domandando a tutti il rispetto della legalità, il rispetto reciproco, l’impegno per il bene comune nel Paese in cui abitiamo; questo è il concreto e civico modo di tendersi la mano in una società sempre più articolata e multiforme.
 
Il pluralismo - che sempre più plasma le nostre società avanzate - di per sé non può esser considerato un elemento che mina alla base la vita delle persone o delle istituzioni sociali, politiche e religiose; certo, lo può diventare se è alimentato dalla deriva che riduce tutto a puro soggettivismo e se tutto appiattisce in un radicale relativismo.
Ripeto che “tolleranza”, “passione per la verità”, “convinzioni profonde” e un saggio amore per la propria identità e storia non sono concetti antitetici fra loro ma, al contrario, devono integrarsi e fecondarsi reciprocamente.
Col rapido e profondo mutamento culturale e sociale, ormai in atto da alcuni decenni, aumenta l’insicurezza e il senso della precarietà che caratterizzano le odierne relazioni sociali. E l'incertezza induce a perseguire soluzioni individualistiche dinanzi a esigenze che, invece, sono sociali e quindi, di tutti. E ciò domanda di ridefinire le dinamiche dell'agire sociale. 
In tale prospettiva mi rivolgo alle persone di buona volontà, al di là del loro credo religioso, delle loro etnie e culture e mi rivolgo a loro proprio oggi nel giorno in cui i cristiani vivono quella che, per loro, è la festa per eccellenza in cui celebrano la liberazione dalla paura, dall’odio, dalla violenza e dal peccato. 
In questi giorni, in cui soffiano venti di guerra, tutti siamo rimasti toccati per gli atti terroristici che hanno seminato morte e che i media ci hanno proposto in tragica sequenza. È il momento in cui siamo chiamati a vincere stati d’animo differenti: paura, tentazione di fuggire, desiderio di vendetta.
La comunità cristiana, a Pasqua, deve far risuonare, con più forza, nel cuore dei suoi membri e nelle loro relazioni sociali, la buona notizia che Gesù è Risorto, vive in mezzo a noi, dona pace e speranza e con noi cammina lungo le strade della storia chiedendo di fare la nostra parte come credenti e cittadini.
 
 
Guardiamo con cristiana fortezza i drammatici fatti che riguardano la Corea, la Siria, Stoccolma e le comunità cristiane d’Egitto dove presto si recherà Papa Francesco, messaggero di pace (tra queste comunità ricordo quella di Alessandria, a noi veneziani molto cara per il comune riferimento a San Marco), senza dimenticare i dolorosi fatti capitati in altre parti del mondo dove moltissimi sono i perseguitati per motivi di fede; nel solo 2016 i cristiani uccisi a causa della fede in Gesù sono stati novantamila.  
Il terrorismo è davvero come una “guerra” diffusa a livello mondiale, inafferrabile e incontrollabile; una guerra “a pezzi”, per usare ancora le parole di Papa Francesco. Noi veneziani, col sollievo per il grave pericolo scampato e ringraziando per l’azione della magistratura e delle forze dell’ordine, abbiamo compreso che anche la nostra città non è estranea a tali dinamiche. E abbiamo provato, sulla nostra pelle, la sensazione d’esser drammaticamente “a rischio”, come tante altre parti del mondo.
 
Eppure, negli stessi giorni degli atti terroristici, i ramoscelli d’ulivo innalzati come segni di gioia e pace nelle nostre comunità, all’inizio della Settimana Santa, hanno indicato il bisogno, la ferma volontà e - direi - il coraggio della pace, per ritrovare il senso profondo del vivere e stare nuovamente insieme; così si è espressa una scelta che non è solo di fede ma anche culturale e sociale. La paura non dà lucidità, la paura non tutela una comunità, la paura non è mai proposta costruttiva. 
A Pasqua siamo chiamati a dare spazio alla sola Parola che ci risolleva ed è in grado di sradicarci dalla paura: “Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io!” (Lc 24, 36-39). 
Il cammino del cristiano consiste, allora, nel liberarsi da ogni forma di paura per correre incontro al Signore risorto e vivo! Lasciamoci incontrare da Lui, come avvenne in quel mirabile e straordinario giorno al pozzo di Sicar, dove Gesù alla donna samaritana “rivolse una parola al suo desiderio di amore vero, per liberarla da tutto ciò che oscurava la sua vita e guidarla alla gioia piena del Vangelo” (Papa Francesco, Esortazione apostolica Amoris laetitia n. 294).
La festa di Pasqua – cuore del cristianesimo – è l’opportunità che ci viene data come grazia e che chiede, a tutti, umiltà e disponibilità alla conversione per passare dalla morte alla vita, dalle tenebre alla luce, dalla menzogna alla verità, dall’odio all’amore incondizionato. 
“Cristo, mia speranza, è risorto”: l’annuncio della Pasqua giunga a tutti, specialmente a quanti sono segnati dalle sofferenze e dalle preoccupazioni della vita.  
Auguro a tutti una Santa Pasqua di verità, di giustizia e, quindi, di pace! 
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