«Giocare a cricket aiuta a integrarsi ma spesso non basta»

In cento al torneo per migranti e rifugiati vinto da Cona «La bandiera italiana e dell’Europa? Vogliamo restare qui»

I più appassionati indossano una maglietta rossa con lo stemma della squadra del cuore, la tigre della nazionale Bangladesh Cricket Board. Tutti arrivano con la voglia di giocare a uno sport che si sta sempre più diffondendo anche in Italia. Ieri, in occasione della Giornata nazionale del cricket per profughi o rifugiati, patrocinata da Onu, Coni e Croce rossa, le squadre non erano le solite che si ritrovano ogni domenica nell’area verde di via Chiarin a Campalto.

In campo un centinaio di rifugiati, richiedenti o già titolari di protezione internazionale, provenienti dallo Sprar di Venezia, da Cona, dalla Caserma Serena di Treviso e da altri centri di Udine e Cividale. La giornata per il Nordest è stata organizzata dal Venezia Cricket Club (Alberto Miggiani) con il patrocinio del Comune e del Panathlon International Club di Mestre. Sotto un sole estivo le squadre si sono incontrate al centro del campo, facendo sventolare la bandiera dell’Italia e dell’Europa, i luoghi dove i rifugiati chiedono di restare. Alla fine, sul campo, ha vinto Cona contro la rappresentativa del Venezia Cricket.

Se la giornata di ieri è passata all’insegna del divertimento e della socialità, il passato e il futuro per quasi tutti loro è buio e ha in comune un problema: lavoro.

«Sono un ingegnere esperto di informatica» racconta l’afghano Mamund Munibullah, 34 anni, di Cona «ho lavorato nella telefonia a Kunar, poi sono scappato e arrivato in Italia a dicembre 2015. Lunedì (oggi, ndr) avrò i documenti che mi danno cinque anni di permesso di soggiorno, ma non ho una casa e sono disperato. Dove dormirò? Ho imparato l’italiano, ma Cona è distante dalla città e nessuno ci ha spiegato come cercare lavoro qui».

Molti sono nella stessa situazione di Mamud. Mesi e mesi di cammino e mesi e mesi di attesa per i documenti per poi avere come orizzonte solo la strada. «So cinque lingue» spiega il ventiduenne afghano Nuri Obaidullah «Ho studiato l’italiano scaricandomi il dizionario dal cellulare perché nella Caserma Serena le lezioni sono 4 ore a settimana, troppo poche per imparare una lingua. Ho chiesto tantissime volte di fare l’interprete, ma nulla. Domani (oggi, ndr) avrò le carte, ma dovrò dormire per strada e cosa ne sarà di me?».

Nei centri prefettizi (esempio Cona o la caserma Serena) la situazione è ancora più difficile rispetto agli Sprar comunali (a Venezia con il progetto Fontego). Una delle maggiori lacune è la mancata previsione dell’inserimento nella società lavorativa. In Italia circa 150 mila rifugiati sono nei centri prefettizi e 20 mila negli Sprar. «L’unica possibilità di integrazione» spiega Masud Zazaj, in Italia da anni e oggi mediatore culturale «è far conoscere meglio a chi arriva il territorio e chiedere ai datori di lavoro di dare un’opportunità a chi arriva».

Pashtu, urdu, hindi, bengali, le lingue parlate sono tantissime: «Sono felice di conoscere dei miei connazionali» afferma Haque Kamrul, operaio alla Fincantieri, arrivato in Italia da minore dal Bangladesh grazie al ricongiungimento familiare «Mi dispiace vedere la difficoltà che c’è a integrarsi, se non hai un parente qui è davvero difficile. Se continua così tra 10 anni ci sarà una disoccupazione ingestibile e se non c’è lavoro si rischia di finire in brutti giri». Chi risiede qui cerca di aiutare i connazionali con la lingua: «Traduco e compilo con loro i documenti» afferma il bengalese Murad Miah, studente di Scienze Politiche a Padova «Oggi è una bella giornata, però purtroppo c’è ancora molto razzismo e se sei straniero viene sempre guardato con molta diffidenza».

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