Terroristi a Venezia, la pista è balcanica

Cellule, indagini, arresti: l’onda lunga dell’integralismo islamico tra Veneto e Friuli. Ecco come è nata l'indagine che ha portato all'arresto dei quattro jihadisti

Venezia, l'arresto della cellula jihadista

 
VENEZIA. Kosovari i quattro jihadisti che volevano farsi esplodere a Venezia. Bosniaci e sloveni i tre foreign fighter che hanno vissuto tra il Bellunese e il Pordenonese e che il prossimo 11 aprile compariranno davanti al giudice. Bosniaco l’imbianchino partito nel 2014 da Longarone per la Siria portandosi dietro il figlio piccolo e poi morto in battaglia. Macedone uno dei primi espulsi, nel 2015, per i suoi legami sospetti con la Jihad. Bosniaco l’imam itinerante che varcava il confine per fare proseliti. 
 
 
Balkan connection. La provenienza geografica dei terroristi fermati nel Nordest porta alla luce una sorta di “Balkan connection”, una pista balcanica del terrore. Non è chiaro se tra i diversi gruppi ci sia un collegamento diretto, anzi, al momento gli inquirenti tendono ad escluderlo. Anche se, sottolineano alla Direzione Distrettuale Antimafia di Venezia, le indagini sono in corso. «Abbiamo fatto gli arresti, le indagini continuano», precisa Adelchi d’Ippolito, procuratore capo di Venezia. Certo è che Veneto e Friuli, corridoio con l’Est Europa, hanno visto transitare, e a volte fermarsi, diversi jihadisti di formazione balcanica. 
 
L’informativa. Lo scorso novembre un’informativa del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria avvertiva che l’Is aveva dato mandato ai mujahed kosovari e dell’area balcanica di colpire in territorio italiano. Un allarme partito dalle carceri calabresi e che le forze dell’ordine hanno tutt’altro che sottovalutato. Anche perché, nella segnalazione raccolta, si indicava ai terroristi il percorso da seguire: il passaggio attraverso il Kosovo in territorio bosniaco, dove massiccia è la presenza di comunità salafite, quindi il transito in Italia entrando a Trieste. Città dove, va ricordato, si sono fermati anche Nezirevic e Hasanagic, due imam radicali di origini bosniache.
 

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 Un pentito e un morto. Ed è tra Friuli e Veneto che vivevano i tre presunti terroristi fermati dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Venezia nel febbraio dello scorso anno. Si tratta di Rok Zavbi, sloveno di 26 anni, primo collaborante rientrato in Italia, detenuto a Tolmezzo; di Ahan Veapi, 38 anni, nato in Germania, residente per qualche tempo ad Azzano Decimo, consigliere del centro islamico di Pordenone e detenuto a Nuoro; di Munifer Karamaleski, macedone, 28 anni, partito da Paughetto di Chies d’Alpago con moglie e figli per Raqqa e latitante. I tre sono accusati di aver agito tra giugno e settembre 2013 per arruolare combattenti nelle fila dello Stato Islamico. I reclutatori erano Veapi e Zavbi. I due sarebbero riusciti a portare in Siria il bosniaco Ismar Mesinovic (l’imbianchino che viveva a Longarone, partito prendendo con sè anche il figlio piccolo e poi morto in battaglia), e Munifer Karamaleski che ha lasciato il Bellunese dove lavorava come operaio, per raggiungere Raqqa insieme alla sua famiglia e diventare un miliziano destinato alla vigilanza del bottino di guerra. Veapi avrebbe reclutato i combattenti inviando link e video di propaganda; avrebbe inoltre fatto da intermediario tra l’imam itinerante bosniaco Husein Bosnic e i futuri combattenti bellunesi. Rok Zavbi, invece aveva un ruolo informativo e dimostrativo.
 
 L’espulso e l’imam. Contatti con alcuni esponenti del gruppo li avrebbe avuti il macedone espulso nel maggio del 2015: Arslan Osmanoski residente ad Azzano Decimo, allontanato dall’Italia perché in contatto con il predicatore Bosnic che arrivava nel Nordest e in particolare nel Pordenonese a fare proseliti e che è stato arrestato e condannato a 7 anni a Sarajevo.
 
 Le ragazze maghrebine. Non c’è solo la “pista balcanica”, comunque, in Veneto: «Tre sono le inchieste condotte dalla Direzione Distrettuale», precisa il procuratore d’Ippolito, «C’è un grosso lavoro d’indagine che si sta facendo nel territorio». L’altra inchiesta riguarda Meriem Rehaily, 21 anni di origini marocchine: il 14 luglio 2015 ha lasciato Arzergrande, a Padova, per arruolarsi nell’Isis e combattere a Raqqa. Il processo è fissato per maggio. Ma c’è un’altra giovane finita nel mirino degli investigatori: la tunisina Sonia Khediri, partita da Fonte nel Trevigiano alla volta di Istanbul e poi della Siria. C’è però chi assicura che il viaggio in Turchia sia stato in realtà una fuga d’amore.
 
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