«Troppi profughi», incatenati agli alberi

Cona. Protesta di Sinistra Italiana tra i migranti nell’ex base militare durante una visita ispettiva: «Sono mille, una follia»

CONA. Incatenati dentro la base di Conetta, per far sì che il centro di accoglienza che oggi ospita oltre mille richiedenti asilo cambi “pelle” e diventi un hub temporaneo, in attesa che si verifichino le condizioni per la sua chiusura definitiva.

La singolare forma di protesta è stata messa in atto, ieri mattina, da due deputati di Sinistra Italiana, Giovanni Paglia e Peppe de Cristoforo che, in questo modo, sono riusciti ad aprire un canale di comunicazione con il ministero dell’Interno che, tramite il sottosegretario Manzione, si è impegnato a convocare al più presto un tavolo che discuta proprio della «temporaneità» di questa struttura.

L’iniziativa era partita come una delle tante visite ispettive all’interno della base e si era subito scontrata con la burocrazia che presiede a ogni iniziativa di questo tipo. Ovvero comunicazione preventiva, accordo con la Prefettura sulla data, l’orario, il numero delle persone ammesse, la lista dei nomi, delle qualifiche, ecc. Tanto che, quando i due parlamentari e i loro collaboratori (più la stampa) si sono presentati davanti ai cancelli di Conetta, si sono trovati a fare i conti con condizioni di accesso stringenti. Sarebbero potuti entrare solo i deputati, ma non i collaboratori, e due consiglieri comunali (Michele Galazzo, di Cona, e Heidi Crocco, di Cavarzere, che non si è presentata). E gli avvocati dei Giuristi Democratici? Solo se avevano clienti tra i profughi e previa comunicazione della lista di questi e, comunque, in una vista distinta da quella dei parlamentari; E i giornalisti? Solo quelli nella lista comunicata al Prefetto (uno!) e su accredito della relativa testata. Insomma, maglie strettissime per presunte ragioni di «sicurezza e ordine pubblico» che, dopo un’ora di serrata trattativa telefonica con la Prefettura, si sono un po’ allargate, lasciando fuori, di fatto, solo i giornalisti.

Giovanni Paglia e altri componenti della delegazione hanno potuto così constatare la differenza tra “ieri” e “oggi”. «Un leggero miglioramento», hanno commentato, «ma nulla di decisivo». Al miglioramento ha contribuito, di certo, lo sfoltimento, da gennaio ad oggi, del numero degli ospiti, circa 300 unità, cosa che ha permesso di eliminare i letti a castello (due soli piani, di cui quello superiore per gli effetti personali, anziché tre o quattro livelli); l’acqua calda in tutti i dormitori, l’assenza di donne e minori, trasferiti in strutture più adatte. Ma la delegazione ha anche preso atto del permanere dei tendoni e dei lavori, per il potenziamento delle fognature e la posa di nuovi container per aule studio e servizi, che rendono sempre più “stabile” il centro di accoglienza.

Da qui la decisione di auto-incatenarsi per chiedere soluzioni più rapide, prima di tutto che la permanenza di ogni ospite non superi il periodo di qualche settimana, in modo da ridurre l’accumulo di presenze e ridimensionare il numero dei profughi tra i quali proprio le lunghe attese dei documenti, provocano agitazione. In tal modo l’hub ci sarà ancora, ma dovrebbe essere meno affollato fino a che la politica dell’accoglienza diffusa ne possa permettere la chiusura.

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