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Salvaguardia di Venezia: dal 1973 stanziati dallo Stato 12 miliardi di euro

Aqua Granda: metà sono stati assorbiti dal Mose, ma tanto resta da fare. Dalle bonifiche di Marghera alle difese locali incomplete

Alberto Vitucci
1 minuto di lettura

VENEZIA. Dodici miliardi di euro per Venezia. Dalla prima Legge Speciale, datata 1973, lo Stato italiano ha stanziato questa cifra enorme per la salvaguardia. Dodici miliardi. Di cui la metà, 6 miliardi, per il grande progetto Mose. Cinquant’anni dopo l’alluvione, trent’anni dopo il Consorzio Venezia Nuova, cosa resta di quegli interventi? Sul fronte delle dighe mobili il progetto si avvia alla conclusione.

Secondo il governo dovrebbe essere inaugurato nel giugno del 2018, tra un anno e mezzo. Ma tante sono ancora le incognite, confermate dagli inconvenienti tecnici sui materiali e sulle prove fallite per la sabbia e i sedimenti. Ma a parte il Mose tante sono ancora le cose da fare per la salvaguardia e la difesa dall’acqua alta.

A cominciare dalla bonifica di Marghera, solo in parte avviata, alle difese locali non ancora completate. Funzionano fino a una certa quota di marea le paratoie di Malamocco, che bloccano il canale e l’ingresso dell’acqua alta nell’abitato. Funzionano anche qui non oltre quota 140 le difese locali di Chioggia.

Miliardi di euro sono stati spesi per la sistemazione degli acquedotti e del bacino scolante, per la difesa dei litorali e la protezione delle spiagge, per il rifacimento dei Murazzi, la parte più debole nelle difese del 1966, quando la mancata manutenzione provocò la rotta a Pellestrina e l’invasione delle acque del mare in laguna.

Non si sono fatti molti degli interventi prescritti dalla Legge Speciale del 1973, come l’estromissione del traffico petrolifero dalla laguna, l’apertura delle valli da pesca al flusso di marea. E poi quelli prescritti da tecnici indipendenti, che chiedevano di realizzare gli «interventi diffusi» per ridurre la marea prima di procedere con la grande opera e le dighe.

Secondo lo studioso del Cnr Georg Umgiessere si sarebbero «guadagnati» almeno 20 centimetri realizzando difese locali e a mare, riducendo la profondità dei canali. Invece si è andati in direzione opposta. Risultato, la corrente oggi ha aumentato la velocità, aumenta l’erosione e si moltiplicano le acque medio alte, quelle per cui il Mose non entrerebbe in funzione.

Come per la piazza San Marco. In trent’anni Magistrato alle Acque e Consorzio Venezia Nuova non sono riusciti a trovare i soldi per realizzare un progetto che mettesse all’asciutto la Piazza. Oggi, grazie ai tecnici della Procuratoria, si scopre che è possibile Spendendo un seimillesimo di quanto è stato speso per il grande Mose.

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