Mose, Fiamme gialle al Consorzio Venezia Nuova: caccia a fondi neri (pre 2009)

La posa di una paratoia mobile nel canale Lido-Treporti

Al setaccio degli investigatori le attività precedenti il commissariamento: occhi puntati su spese, preventivi, sospetti su ulteriori accantonamenti in nero

VENEZIA.  Nuova verifica fiscale per il Consorzio Venezia Nuova.

Giovedì mattina una decina di militari si sono presentati alla sede del Cvn, all’Arsenale, e hanno chiesto di visionare alcuni documenti. Un’attività che andrà avanti per qualche tempo. Si tratta, a quanto si è appreso, di nuove indagini relative all’attività del Consorzio e delle sue imprese nel periodo precedente il 2009. Verifica fiscale che nasce dopo lunghi accertamenti compiuti dagli inquirenti che indagano sulla corruzione del Mose, provocati anche da alcuni interrogatori e intercettazioni degli ultimi processi sullo scandalo. Evidentemente l’indagine sul Mose e la corruzione non è affatto conclusa. E adesso i magistrati cercano dalle carte prove di nuovi reati compiuti prima del 2009. Non bisogna dimenticare che proprio da una verifica fiscale compiuta dalla Guardia di Finanza nel giugno del 2010 riguardante l’anno precedente era poi scaturita la grande inchiesta che aveva portato agli arresti per corruzione. «Normale routine», l’avevano definita allora i finanzieri. In realtà da quelle carte erano emerse tracce di un’attività corruttiva diffusa, con la prima inchiesta a carico di Mazzacurati - per evasione fiscale e turbativa d’asta - e i clamorosi sviluppi.

Cosa cercano adesso i finanziìeri nelle carte? Le prove di come siano stati accantonati altri fondi neri. Destinati dallo Stato all’attività di salvaguardia e poi finiti spesso in tasca a imprenditori e politici. Oppure spesi per fini che con la salvaguardia e il Mose non c’entravano proprio.
Qualche mese fa la Finanza aveva prelevato altre carte dalla sede della Comar scarl in Arsenale. La Costruzioni Mose Arsenale, impresa formata dai soci del Consorzio Venezia Nuova che doveva gestire gli appalti prescritti dall’Unione europea. In realtà si era rivelata una macchina per accantonare utili derivanti dai ribassi delle gare. Tanto che dopo un circostanziato rapporto dei commissari, il presidente nazionale dell’Anticorruzione Raffaele Cantone aveva deciso di interveniere. Affidandola ai commissari straordinari che governano il Consorzio dopo lo scandalo Mose, Luigi Magistro, Francesco Ossola e Giuseppe Fiengo. Nel mirino anche la Cav, la Costruzioni Arsenale Venezia, altra società satellite del Cvn sciolta dai commissari. Ma soprattutto, l’attività del Consorzio. Le spese e i preventivi, le consulenze, i progetti approvati, i prezzi.

Un tema su cui sta indagando anche la Corte dei Conti. 61 milioni di «extracosti» soltanto per l’acquisto dei sassi del Mose. Un «prezzo chiuso» deciso dal Magistrato alle Acque in accordo con il Consorzio di allora che invece di far risparmiare lo Stato ha portato nuovi introiti al Consorzio. Introiti che l’allora potentissimo presidente, Giovanni Mazzacurati, poteva gestire a suo piacimento. Per acquistare consenso, per finanziare libri, sondaggi demoscopici e pubblicazioni, addirittura per comprare quintali di olio dalla tenuta dei figli, in Toscana, da inviare a Natale come omaggio agli amici. Adesso la Procura regionale della Corte dei Conti ha formalmente aperto l’indagine a carico di ex presidenti del Magistrato alle Acque, ma anche di dirigenti e funzionari del Mav e del Consorzio, della Regione e dei ministeri. Sono stati chiamati a restituire i soldi una trentina di persone. Gli ex presidenti Patrizio Cuccioletta e Maria Giovanna Piva, ma anche l’ex vice Giampietro Mayerle, consulenti e ingegneri del Comitato Tecnico di magistratura che aveva approvato la convenzione per il cosiddetto «prezzo chiuso».
Avrebbe dovuto frenare i costi che continuavano a lievitare, passati in pochi anni da 1,5 a 3 miliardi di euro. Risultato, il Mose è passato oggi a 5 miliardi e mezzo. Gestione e manutenzione (del valore di almeno 80 milioni l’anno).

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