Don Massimiliano D'Antiga: «Noi preti spesso siamo soli e ci chiedono sempre di più»

Venezia. Le riflessioni del sacerdote sul caso di don Marco, il parroco che ha lasciato la tonaca per scegliere l'amore

Ma quali sono le difficoltà, oggi, che si trova ad affrontare un sacerdote? Quali rischi, quali problemi nella vita di ogni giorno? Accetta di parlarne don Massimiliano D’Antiga, veneziano, 46 anni, amministratore parrocchiale a San Salvador, rettore a San Zulian e direttore diocesano per l’apostolato della preghiera. Tra le mani, dice, «c’è un Vangelo, non la bacchetta magica».

Il sacerdote è ancora punto di riferimento per le persone?

«Ormai non è un punto universale di riferimento. Un tempo lo era per un’ampia gamma di difficoltà, problemi che andavano al di là della sfera strettamente spirituale. Fungeva da capo-paese, da psicologo. Oggi il suo ruolo è ristretto alla questione spirituale verso una comunità di cristiani più motivati».

Quindi?

«I sacerdoti sentono il bisogno di accompagnare l’appartenenza alla comunità cristiana con un cammino di fede, di approfondimento nel quale viene chiesto al sacerdote di fungere da guida spirituale. Oggi il ruolo del prete è molto più impegnativo».

Perciò oggi il sacerdote cosa dovrebbe avere?

«Più tempo per dedicare tempo alle persone. La gente non si accontenta più di un consiglio superficiale; intende avere spazio per aprire il cuore e quindi pone il sacerdote di fronte a domande di senso, di orientamento della vita che esigono risposte che non possono essere mai frettolose, sempre motivate».

Ma i fedeli cosa portano al sacerdote?

«Le sfide alla fede proprie del mondo contemporaneo. Questo esige che il sacerdote abbia un rapporto affettivo con le persone che significa rapporto di verità. Non è più il tempo in cui i sacerdoti debbono mantenere una linea, e quindi una forma esteriore retorica. Devono mettere in campo la propria esperienza di fede per poter comunicare non dei concetti, ma vita vissuta. Così ha fatto don Marco».

Può spiegarsi meglio?

«Commentando la notizia del mio confratello, molti fedeli sono rimasti esterrefatti per il suo annuncio pubblico. Ho detto che la Chiesa in questi anni ha cambiato il suo atteggiamento. Un tempo di fronte a queste scelte preferiva il silenzio per evitare lo scandalo dei fedeli. Oggi preferisce la verità, detta con umiltà, in modo da aiutare i fedeli a capire certe scelte senza cadere nelle illazioni, nei pettegolezzi ma cercando di capire i problemi che sottostanno alla sostenibilità di una vocazione».

Cos’è l’affettività?

«L’umanità del sacerdote nel suo ministero non è un qualcosa di superficiale, accidentale, ma fa parte integrante della sua missione. Il sacerdote non porta Cristo soltanto con le parole ma con la propria vita e testimonianza. Quando un prete va via per una donna, non possiamo mettere sulle spalle di un prete una croce eccessiva pensando che la questione della donna sia la vera causa dell’allontanamento. Il problema affettivo sta alla radice».

Che significa?

«Il problema è di un disagio della persona. Il celibato è un dono di Dio che va conservato nella Chiesa attraverso la partecipazione dei fedeli alla vita del sacerdote. Per cui quello che un uomo trova dalla moglie nella vita coniugale, di giorno e di sera, il prete lo trova nell’amore delle persone in modo indiviso. Oggi è difficile fare il prete se la missione viene interpretata in modo individualistico. Se uno lo interpreta in senso comunitario, l’impegno diventa più leggero e regge l’urto della vita con le sue complessità».

Ma oggi che cosa vogliono la Chiesa e i fedeli?

«I fedeli vogliono un’operazione di verità per sentirsi coinvolti nel ministero dei preti stessi. L’operazione di verità è orientata alla responsabilizzazione dei fedeli coinvolti in questa azione della Chiesa. I fedeli chiedono un prete in mezzo al gregge, una partecipazione affettiva ed effettiva. Papa Francesco insegna: servizio non potere».

 

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