È finito il Ramadan «Alla prossima festa partecipi Brugnaro»

L’invito del vicepresidente della comunità musulmana L’Imam: «No al terrorismo e aiutiamo le forze dell’ordine»

Tra uomini e donne erano quasi duemila, stretti in un capannone per celebrare uno dei momenti più sacri dell’anno, la id al-fitr (festa di interruzione del digiuno), che chiude il periodo di Ramadan. Ieri mattina, in via Monzani a Marghera, fedeli musulmani di ogni provenienza si sono riuniti nel centro che ogni venerdì ospita i praticanti per una preghiera corale prima di concludere ufficialmente il mese di penitenza con un primo rinfresco in giardino.

Una mattinata dedicata ai buoni propositi, ma anche al ricordo delle recenti stragi perpetrate dai fanatici del cosiddetto Stato Islamico, che con la loro ombra nera hanno finito per monopolizzare l’insegnamento giornaliero dell’imam: «I terroristi hanno colpito l'Europa, ma anche la Turchia, il Bangladesh e persino Medina, che si trova a brevissima distanza dalla tomba del Profeta, nel cuore della nostra fede: è chiaro che queste persone non sono musulmane, sono solo assassini», ha tuonato il religioso davanti agli oltre 1.300 uomini inginocchiati in via Monzani. «La nostra è una cultura d’amore, per questo quando ci salutiamo ci diciamo a vicenda “pace” ed è a questo che educhiamo i nostri figli. L’Islam è misericordia per tutta l’umanità, non solo per noi che seguiamo i precetti del Corano».

Nel corso dell’omelia i fedeli sono stati poi esortati a comportarsi con rispetto nei confronti dei vicini italiani, ricordando che lo stesso Maometto aveva ordinato di mostrare apertura e comprensione verso chiunque, e a tutti è stato raccomandato di partecipare attivamente nel rendere più sicure le città, segnalando ogni situazione sospetta alle forze dell’ordine. Anche la comunità bengalese, in questa giornata di festa, ha voluto ricordare le vittime degli attacchi terroristici esponendo all’esterno dei tre centri culturali della terraferma le bandiere d’Italia e Bangladesh, listate a lutto. La comunità islamica veneziana, pur raccogliendo decine di etnie differenti, è molto unita e tutti oltre alla fede condividono il senso di appartenenza a questo territorio. È proprio il nostro l’unico idioma comune alla maggior parte dei fedeli, come testimonia la decisione presa quest’anno di alternare subito la traduzione istantanea della predica alle frasi in arabo, invece di attendere il termine della khutba (l’omelia): «In tanti, non conoscendo bene la lingua semitica, finivano per alzarsi prima della fine, così invece neanche una parola è andata persa», spiega il presidente della comunità islamica veneziana, Mohamed Amin Al Ahdab. «Siamo una comunità viva e presente», ha fatto eco il vicepresidente Omar Al Honati, «e invitiamo anche le istituzioni a scoprirlo: alla nostra prossima festa vorremmo partecipasse anche il sindaco Luigi Brugnaro».

Giacomo Costa

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