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«Nordest più bersagliato dai fulmini: colpa del riscaldamento»

Il Centro elettrotecnico sperimentale Italiano lancia l'allarme: netto aumento di lampi e saette su Venezia e il Veneto

Francesco Furlan
1 minuto di lettura

VENEZIA. Fulmini in aumento, soprattutto a Nordest. A farla breve, la colpa parrebbe del riscaldamento globale, un’espressione che però Marina Bernardi, che si occupa di rilevamento di fulmini per il Cesi (il Centro elettrotecnico sperimentale Italiano) usa con cautela, perché gravida di polemiche nel mondo accademico, soprattutto sulle responsabilità. Nel 2014 Venezia ha registrato oltre 22 mila fulmini, l’anno scorso si è fermata a 7 mila e nei primi cinque mesi del 2016 ne ha registrati quasi 2300. Il dato storico, ultimi 5 anni, registra un netto aumento.

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«I fulmini aumentano perché aumentano le condizioni favorevoli ai temporali», spiega Bernardi, «con la crosta terreste e i mari che sono più calci». Prendiamo il nostro mare, l’Adriatico. È un mare poco profondo: d’estate, con il caldo, l’acqua evapora si spinge fino alle Prealpi e, incontrando le masse fredde, scatena piogge e temporali. «D’estate è normale, ma i dati ci dicono che avviene più spesso anche in altri mesi, a novembre come in aprile», aggiunge Bernardi, «perché? La temperatura del mare è più calda e l’acqua evapora. E più temporali vuol dire più fulmini. E questo è vero soprattutto nel Nordest».

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Non è casuale che i campanili - come è successo domenica a Venezia - siano i più colpiti. In fisica lo spiegano con un’espressione che è facilmente intuibile: si chiama effetto punta. Gli edifici alti, ma anche gli alberi, modificano il campo elettrico al suolo e diventano bersaglio preferito dei fulmini, che trovano la strada più breve per arrivare a terra. Per dirla bene, l’effetto punta è quel fenomeno per cui le cariche elettriche distribuite sulla superficie di un conduttore si concentrano nelle parti con un minore raggio di curvatura minore, cioè quelle più appuntite. Per quello, per tutelare i campanili - come spiega l’esperta del Cesi - ci sarebbe bisogno di installare piccoli parafulmini o cavi d’acciaio capaci di “attirare” la scarica elettrica del fulmine. Negli edifici pubblici (scuole, ospedali o palestre) sono obbligatori per legge. Tanto più necessari visto l’aumento del numero di fulmini caduti registrati nel corso degli ultimi anni. Ma come fanno quelli del Cise a sapere quanti ne cadono? Se una volta erano i parroci, nel loro libro mastro, ad annotare temporali e fulmini, oggi la società «ha un sistema di sensori in Italia che rilevale le alterazioni dei campi magnetici provocate dai fulmini», spiega Bernardi, «e questo ci permette di scattare una foto precisa del fenomeno». 

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