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Lavoratori senza contratto, disertate mense e cucine

Sciopero e presidio in piazzetta Coin, assicurati i servizi in ospedali e asili. Disagi nelle aziende. I sindacati: «L’iniziativa del panino ci ha penalizzato»

Marta Artico
2 minuti di lettura

MESTRE. Si sono presentate con un piatto vuoto appeso al collo a mo’ di collana le lavoratrici, la maggior parte donne, che prestano servizio nelle mense di asili, scuole, ospedali e case di riposo, mense aziendali e interaziendali, per rivendicare i diritti acquisiti che non riescono più a tenersi strette. Lo slogan della protesta unitaria di Cgil, Cisl e Uil andata in scena ieri mattina davanti al centro commerciale Le Barche in piazzetta Coin era emblematico, “il piatto piange”.

Lavoratori e lavoratrici della ristorazione collettiva nel settore sia pubblico che privato in attesa del rinnovo del contratto nazionale da più di 34 mesi, hanno disertato mense e cucine. Ad incrociare le braccia, secondo i sindacati di categoria, la quasi totalità dei lavoratori. Di fatto, in ospedali e case di riposo, i servizi essenziali sono stati garantiti. All’ospedale dell’Angelo, ad esempio, non ci sono state ricadute sui pazienti. Così come hanno funzionato le mense dei nidi. Difficile tracciare un bilancio, che arriverà solo lunedì: «Lo sciopero era nazionale», chiarisce l’amministratore unico di Ames, Gabriele Senno, «al nido il servizio è vincolato ed è stato garantito, nelle materne ed elementari la situazione è stata a macchia di leopardo, e del resto nonostante avremmo potuto ovviare al disservizio, non lo abbiamo fatto perché saremmo incorsi in comportamento antisindacale». Quindi dove le mense non hanno funzionato, ci si è portati la doggy bag.

Diverso il discorso delle mense dei dipendenti, o di quelle, ad esempio, della Questura, o ancora delle grosse aziende come Eni e Fincantieri, dove ci sono stati dei disagi. «In questo modo non è possibile andare avanti», spiega Andrea Brignoli della Filcams Cgil, «perché si vogliono sopprimere i diritti di base, ossia abbassare il salario, non pagare la maggiorazione dello straordinario, tutte forme che vengono messe in atto a scapito di qualità e carichi di lavoro. Eppure la parola professionalità non viene riconosciuta in questo campo». Prosegue: «Il carico di lavoro aumenta, ma non viene assunto personale e i nuovi appalti diminuiscono le ore. Tra l’altro i carichi frenetici di lavoro fanno ammalare queste persone, i turni in mensa sono duri».

Brignoli punta il dito contro lo sciopero del panino: «In concomitanza con il nostro è assurdo perché causa problemi agli stessi lavoratori, è una guerra tra poveri che ci ha tolto visibilità, che senso ha? Non è uno sciopero hanno solo mandato i figli a scuola con il panino perché le mense non funzionavano. Vorrei ricordare che ogni volta che le mense vengono chiuse, le lavoratrici sono costrette a prendere permessi non retribuiti». Sulla stessa linea Emanuela Detti, Uiltucs Uil: «Quando le scuole scioperano il direttore scolastico fa chiudere la mensa e le lavoratrici usano ferie e permessi, ma quando sono loro a fare sciopero, allora salta fuori il problema dei servizi essenziali». A tirare le fila della giornata Maurizia Rizzo, Fisascat Cisl: «Abbiamo avuto una grande adesione, per noi è importante dimostrare a queste multinazionali che non ci pieghiamo, vogliamo mantenere fermi i diritti conquistati, le clausole sociali e la continuità lavorativa negli appalti: parliamo di donne sole e monoreddito che devono sopravvivere. La flessibilità va pagata, la malattia dev’essere garantita così come l’aumento contrattuale e lo scatto di anzianità, qui parliamo della somministrazione di cibo ad anziani e bambini. Non si può pretendere la qualità a scapito di chi lavora».

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