Profughi in rivolta a Conetta «Il cibo è poco, abbiamo freddo»

Ieri mattina è esplosa la rabbia all’ex base militare. Oltre un centinaio di profughi è uscito urlando dalla struttura, improvvisando una manifestazione. «Non c’è un medico e manca l’acqua calda»

CONA. Poter dormire la notte senza soffrire il freddo, poter andare in bagno senza fare la fila, potersi lavare con l'acqua calda, mangiare a sufficienza, ricevere assistenza medica e avere un cambio di pantaloni e maglietta. Ecco la “lista” delle richieste che i migranti ospitati a Cona, nella ex base militare di Conetta, hanno sottoposto alle autorità ieri mattina.

Lo hanno fatto, per la seconda volta da quando la base è stata ristrutturata, dopo anni di abbandono, con una manifestazione “di strada”. Non la si può, infatti, definire “di piazza” solo perché alla piazza di Conetta, distante meno di mezzo chilometro dalla base, non ci sono potuti arrivare. Polizia e carabinieri li hanno bloccati prima, all’incrocio con la provinciale 86 Conetta Rottanova e li hanno convinti a tornare indietro. Erano all’incirca le nove di ieri mattina quando i residenti della zona hanno sentito lo strepito delle urla degli immigrati che uscivano a frotte dalla base. Un centinaio di persone, almeno. Ma, secondo qualcuno, potevano essere anche di più.

Immediatamente gli abitanti di Conetta hanno chiamato le forze dell’ordine e la stessa cosa avevano fatto, poco prima, gli operatori della cooperativa, Ecofficina Educational, che gestisce l’ospitalità per queste persone. In breve due volanti e una gazzella sono arrivate sul posto e hanno fatto rientrare alla base i migranti, anche per evitare contatti con la popolazione civile. Il compito di “parlamentare” con i manifestanti è toccato al dirigente del commissariato di Chioggia, Antonio Demurtas, che è rimasto diverse ore all’interno della base ad ascoltare le parti in causa. Ma quello che i profughi avevano da dire si è saputo anche fuori, attraverso il passaparola che, fin dal primo mattino, c’era stato anche tra i residenti e dai racconti di un gruppetto di loro che, in tarda mattinata sono usciti dalla base.

Un po’ in italiano, un po' in inglese, francese e molto a gesti, i giovani africani hanno spiegato le loro rimostranze. Mostravano i pantaloni e dicevano «uno solo», mostravano pance e gambe, con cicatrici e punture di insetti, «mal di pancia, niente dottore, mal di testa, pastiglie domani, dopodomani, niente ospedale», e poi l’esistenza quotidiana «campo no buono, mangiare no buono». Poco o cattivo? «Poco». E cosa non va nel campo? «Fila al bagno, acqua fredda, no shower (doccia)».

Per qualcuno il sogno è trasferirsi in un’altra struttura ma «se tu amico, tu transfer. Se tu no amico no transfer», come a dire che ci sarebbero dei favoritismi da parte di chi dirige la struttura. Difficile capire fino a che punto la situazione sia esagerata. Nella base ci sono centinaia di persone, 600 secondo i migranti stessi, e le palazzine in muratura non bastano per tutti, come testimonia il grande capannone di plastica bianca tirato su prima di Natale per accogliere i 150 profughi trasferiti fin qui da Eraclea.

Da allora la “qualità” della comunicazione con queste persone è cambiata: probabilmente proprio quelli di Eraclea hanno aperto una pagina facebook, mostrando la vita nell’ “hotel a cinque stelle di Cona”: letti ammassati, separati solo da qualche lenzuolo steso, approssimativo impianto di riscaldamento, fango sui sentieri e attorno ai bagni.

A fine dicembre la “Nuova” aveva documentato questa situazione, ma nulla era sembrato muoversi e questa manifestazione ne è la conferma. Non è la prima volta che succede: l’estate scorsa una cinquantina di profughi aveva protestato in piazza. «Per il sapone», venne riferito allora.

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