Le pietre d'inciampo per ricordare la Storia

Sui sampietrini dell’artista berlinese Gunter Demnig i nomi dei deportati. Cerimonie a Venezia, Padova e Rovigo. L’ottone brilla sul selciato e ricorda uomini, donne e bambini inghiottiti dall’orrore. Ne sono state posate 50 mila

VENEZIA. Si chiamano così perché devono essere scoperte per caso, in una giornata qualunque, andando di fretta al supermercato o cercando un numero civico. Chi le ha volute, l’artista berlinese Gunter Demnig, le ha chiamate Stolpersteine; la traduzione italiana è pietre d’inciampo, in inglese sono stumbling stones. Ma l’unica lingua che le accomuna è quella della memoria e del dovere di ricordare i nomi, le storie e l’esistenza di milioni di cittadini deportati e assassinati nei campi di sterminio nazisti durante la seconda Guerra Mondiale.

Dal 1995, le pietre d’inciampo sono state posate in tutta Europa e oggi sono oltre 50 mila i sampietrini, con la superficie in ottone, a confondersi nel selciato delle città. Sulle piccole targhe, che fanno “inciampare” gli occhi ormai abituati al grigio dei marciapiedi, sono incisi i nomi, i cognomi, le date di nascita e di morte di chi ha perso la vita nei campi di concentramento. La loro posizione non è casuale: ogni pietra è posizionata di fronte ai portoni e agli ingressi delle abitazioni in cui queste persone hanno vissuto, amato e sofferto. E la volontà di farle arrivare nelle proprie città è il risultato della collaborazione fra le amministrazioni comunali, le associazioni culturali, le comunità ebraiche locali e i discendenti delle famiglie ebraiche andate incontro al tragico destino della Shoah. Negli anni Novanta, Demnig ha posizionato le prime pietre a Colonia, per portarle poi in tutta la Germania, in Austria, in Ungheria, Ucraina, Cecoslovacchia, in Polonia, nei Paesi Bassi e in Italia.

La numero cinquantamila è stata posata l’anno scorso a Torino e martedì 19 gennaioi, a Venezia, Padova e Rovigo, cerimonie hanno accompagnato la posa di nuove pietre, nuovi nomi, nuove storie di cui i tre capoluoghi veneti vogliono conservare la memoria.

Venezia accoglie 15 Stolpersteine nei sestieri di Cannaregio, San Marco e Castello, a ricordare altrettante donne, uomini, giovani e anziani strappati alla loro quotidianità e ai loro affetti da un giorno all’altro. Fra questi quindici nomi ci sono tre nuclei familiari, tre intere famiglie sterminate: i Segrè, che abitavano a San Marco, civico 515; i Vivante, a Castello 6039; i Mariani, residenti a Cannaregio 2337.

«Sono madri, padri, figli, figlie e nonni andati incontro alla stessa, tragica fine» spiega Marco Borghi, direttore di Iveser Venezia, fra i promotori dell’iniziativa. «La persecuzione nazista ha portato all’azzeramento, all’eliminazione di intere famiglie e questi tre nuclei veneziani ne sono un esempio». Con la posa di 15 nuove pietre, Venezia arriva a contarne 32, di cui la maggior parte sono a Cannaregio, nel quartiere del ghetto ebraico, che quest’anno commemora 500 anni di storia.

A Padova, con l’opera di Demnig si ricordano dieci vittime dell’Olocausto: le prime cinque pietre sono state posizionate un anno fa, in via Roma e in via Petrarca; da oggi, in via San Martino e Solferino 9 e in via Roma 18, si “inciamperà” nei nomi del Rabbino Eugenio Coen Sacerdoti e Amalia Dina Coen Sacerdoti, di Oscar Coen, della professoressa Gemma Bassani e di Marcello Levi Minzi. A celebrare l’arrivo delle sue prime pietre d’inciampo è invece Costa di Rovigo, che accoglie sei targhe in via Matteotti e via Umberto I. I nomi incisi sono quelli della famiglia Buchaster, che era composta da Haim Leib Buchaster, sua moglie Feighe Hasenlauf, il loro figlio Jakob Buchaster con la moglie Paula Falek e il loro bambino Manfred. La sesta pietra verrà posata di fronte alla casa dove è vissuto Carl Gruen. «C’è voluta una ricerca lunga otto anni a portare queste prime sei prime “Stolpersteine” nel Polesine» spiega Chiara Fabian, presidente dell’associazione “Il Fiume”, fra i promotori dell’iniziativa. La storia lunga e tormentata della famiglia Buchaster è raccontata nel volume “Siamo qui solo di passaggio. La persecuzione antiebraica nel Polesine 1941- 1945”, curato, assieme a Fabian, da Alberta Bezzan, collaboratrice del Cdec. «Il libro è frutto delle nostre ricerche sulle vicende e il destino delle famiglie di ebrei stranieri, che le autorità italiane costrinsero al domicilio coatto nei piccoli comuni della provincia di Rovigo».

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