Nell’agenda di Mestrinaro spuntano le bustarelle

Processo per traffico di rifiuti pericolosi: gli impianti di Zero Branco ampliati a fronte di sei pagamenti “per Regione” per un totale di 110 mila euro

VENEZIA. La Commissione regionale di valutazione di impatto ambientale aveva dato il via libera per l’ampliamento degli impianti e per la gestione dei rifiuti alla «Mestrinaro» di Zero Branco. Autorizzazioni che non dovevano essere concesse, visto quello che dopo qualche mese hanno scoperto i carabinieri, un traffico esteso di rifiuti pericolosi e nocivi. Nei giorni scorsi, grazie all’acquisizione di un documento, richiesto dal pubblico ministero di Venezia Giorgio Gava al giudice di Treviso Francesco Sartorio, è più facile capire come i fratelli trevigiani Lino e Sandro Mario Mestrinaro siano riusciti ad ottenere quelle autorizzazioni. A Treviso, nell’aula del processo per traffico di rifiuti pericolosi che vede imputati i Mestrinaro e altre due persone, il rappresentante della Procura lagunare, che ha condotto le indagini assieme al collega Roberto Terzo, ha ottenuto l’acquisizione dell’agenda di Lino Mestrinaro sequestrata dai carabinieri negli uffici della ditta a Zero Branco.

Leggendo attentamente alcune pagine, si trova la spiegazione: sei pagamenti per un totale di 110 mila euro tra il giugno 2008 e il marzo 2010, poco prima di ottenere il via libera. Si comincia con due pagamenti per 10 mila euro, poi per 15 mila, 20 mila, quindi 25 mila e infine 30 mila. Accanto ai numeri nessun nome, il primo versamento è fatto «per habitat Regione», accanto agli altri cinque si legge «per Regione», niente di più. Gli investigatori hanno prima di tutto controllato se la ditta di Zero Branco avesse dovuto pagare imposte in Regione o comunque contributi per le autorizzazioni. Niente di tutto questo, il sospetto è che si sia trattato di bustarelle. Allora, i due pm hanno interrogato i Mestrinaro e pure la moglie di uno di loro, ma nessuno ha parlato. Così, il reato di corruzione è rimasto fuori dall’inchiesta, il dubbio però è rimasto. Il processo di Treviso (prossima udienza l’8 gennaio) riguarda l’impianto di Zero Branco e gli spazi della ditta trasformati in vere e proprie discariche. Secondo l’accusa, i Mestrinaro avrebbero impiegato un vecchio e lucroso maneggio: invece di trattare i rifiuti inquinanti che arrivavano dalle aziende, le quali pagavano 45 euro a tonnellata perché fossero resi inerti, i due fratelli li miscelavano tali e quali a cemento e calce per poi rivenderli a 39 euro a tonnellata a ditte edili che li utilizzavano come base di opere pubbliche o meno. Così 4.145 tonnellate sono finite sotto il parcheggio dell’aeroporto Marco Polo di Venezia e altre 34.157 sono finite nel tratto della terza corsia dell’A4 all’altezza del casello di Roncade. In quei rifiuti sono stati trovati arsenico, cobalto, nichel, cromo, rame fino a cento volte i limiti tollerati dalla legge. Quando la Commissione Via della Regione Veneto ha concesso le autorizzazioni alla Mestrinaro, a capo della Direzione Tutela Ambiente c’era l’ingegnere Fabio Fior, che due mesi fa è stato condannato a tre anni di reclusione dal Tribunale perché si sarebbe appropriato di un milione di euro di finanziamenti regionali grazie alla creazione di società che facevano riferimento a lui, ma erano intestate a prestanomi. Anche la Corte dei conti si è interessata a lui, condannandolo a risarcire 284 mila euro più interessi per consulenze esterne che avrebbe effettuato senza la necessaria autorizzazione. Un vero e proprio cacciatore di collaudi, uno dei quali compiuto all’impianto dei Mestrinaro per 30 mila euro. E, due anni fa, il giudice, che aveva sequestrato l’impianto di smaltimento rifiuti di Zero Branco, aveva scritto che Fior aveva esercitato «funzioni nella fase istruttoria del procedimento di approvazione del progetto» e poi era stato «inopinatamente assunto in veste di collaudatore su incarico dei Mestrinaro».

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