Cocaina, nella banda un agente infiltrato

Un finanziere socio della ditta d’importazione di 400 chili di droga dal Sudamerica. Ieri gli interrogatori, scarcerato l’albanese titolare de “La lanterna”. Resta in carcere tutta la "locale" della 'ndrangheta calabrese

MARCON. L’operazione della Guardia di finanza, che ha fatto scattare le manette ai polsi di nove persone, due delle quali legate alla famiglia della ’ndrangheta dei Morabito di Africo è stata portata a termine grazie a un agente infiltrato nell’organizzazione. Un finanziere che si è finto interessato al traffico di cocaina e che è addirittura diventato socio di uno degli arrestati, entrambi titolari della ditta che importava banane e altra frutta dal Sud America e che ha importato anche la droga. Intanto, ieri, dopo gli interrogatori, a cavarsela è stato soltanto il gestore del ristorante «La Lanterna» in campiello Mosca, a due passi da Santa Margherita. Il giudice veneziano Massimo Vicinanza, infatti, ha scarcerato Gazmend Thairaj, difeso dall’avvocato Mauro Serpico, nonostante nel suo locale i finanzieri veneziani del Goa avessero recuperato un chilo di cocaina e più di un chilo di marijuana. A scagionarlo è stato il fratello Azem Thara, difeso dall’avvocato Fabio Crea, il quale ha confessato che la droga rinvenuta nella sua casa (un etto di cocaina) e quella trovata nel locale in centro storico era sua e il fratello non ne sapeva nulla, era completamente all’oscuro della presenza della droga.

Gli altri sette arrestati, invece, rimangono in carcere: il magistrato ha convalidato l’arresto e ha emesso nei loro confronti un’ordinanza di custodia cautelare per traffico internazionale di sostanze stupefacenti. I due calabresi, ritenuti al vertice della banda, entrambi residenti a Marcon, Santo Morabito, 52 anni, e Pasquale Virgara, 40 anni, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Mentre ha parlato il 52enne Attilio Vittorio Violi, anche lui di Marcon e difeso dall’avvocato Marco Tiffi. Ha cercato di scagionare i due calabresi, sostenendo che nulla hanno a che fare con la droga, che l’importazione della cocaina sarebbe stata soltanto opera sua. O, meglio, ha sostenuto che sarebbe stato l’agente infiltrato ad insistere per organizzare l’importazione della cocaina, lui, insomma, sarebbe stato convinto. Ha raccontato che erano in società da due anni e importavano frutta dal Sud America, ma gli affari non andavano bene, così il finanziere in incognito avrebbe insistito per trafficare in droga. Un agente provocatore lo avrebbe definito più che semplicemente infiltrato, tanto che lo stesso capannone dove è stata trovata la maggior quantità di droga era stato affittato dal finanziere. Hanno scelto di non rispondere alle domande del giudice i anche il 50enne colombiano Giovanny Rivera e la donna di Violi, la 32enne romena Mariana Dascalu, mentre il padre Costantin, 62 anni, non ha potuto negare, visto che nel garage di casa sua a Marcon, i finanzieri hanno sequestrato una trentina di chili di cocaina, ma si è difeso cercando di sostenere che sarebbe stato plagiato dal fidanzato della figlia. Violi lo avrebbe convinto a tenere e a nascondere la droga. L’indagine della Guardia difinanza, coordinata dal pubblico ministero antimafia Rita Ugolini, è iniziata più di due anni fa con pedinamenti e intercettazioni telefoniche, ma soprattutto grazie alle informative dell’agente infiltrato. Gli indagati, oltre ai nove arrestati, sono un’altra decina e nei prossimi giorni potrebbe scattare una nuova accusa, quella di associazione a delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, un reato che per ora non è stato contestato a Morabito, Virgara, Violi e gli altri. La droga partiva da Colombia e Costarica in nave, compiva una sosta in Spagna, arrivava a Livorno e veniva sdoganata nel porto di Venezia. Qui i trafficanti vi volta in volta sceglieva un capannone dove sistemare il container per caricare la sostanza stupefacente. La gran parte della droga era destinata al mercato Milanese e veniva trasportata da corrieri scortati da staffette. I due capi si tenevano a Venezia il 30% della droga. Era la droga destinata al mercato veneziano e trevigiano.

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