Mafia a Nord-Est. Un pugno nello stomaco a chi dice: «Io non sapevo»

Pubblichiamo un brano del libro inchiesta edito da Rizzoli e inserito nella Bur in uscita in questi giorni. Nomi e cognomi, intercettazioni e indagini ancora in corso. Il primo reportage sulla piovra in Veneto

Pubblichiamo un brano del volume “Mafia a Nord-Est” di Luana De Francisco, Ugo Dinello e Giampiero Rossi, edito da Rizzoli e in uscita in questi giorni.
 
Passano appena tre giorni. L’8 luglio 2012, di fronte al Tribunale di Padova, Mario Crisci - l’uomo che i testimoni indicano come il «commercialista dei Casalesi» - tenta di spiegare perché la Aspide srl, la sua società formalmente specializzata in security e recupero crediti ma in realtà dedita al prestito a usura, avesse scelto proprio il Veneto per inserirsi nel tessuto produttivo.
 
Mario Crisci, 'o Dottore
 
Robusto, stempiato, con il viso tondo e la bocca piccola e carnosa, Crisci sembra davvero un commercialista abituato a maneggiare bilanci e conti economici. Parla con voce piatta, professionale; non si capta alcuna ironia nelle sue parole. Alla domanda rivoltagli dal sostituto procuratore antimafia Roberto Terzo, sulle ragioni che avevano spinto l’organizzazione a trasferirsi in Veneto a «lavorare», Crisci risponde spontaneamente: «Be’, siamo venuti qui perché qui il tessuto economico non è onesto». E aggiunge, a bassa voce: «Più disonesti di noi».
 
Il blitz contro "Aspide"
 
Mormorio in aula e, di fronte alla richiesta del pubblico ministero di formulare una risposta più esaustiva, il boss si liscia i pantaloni con una mano e poi dice la cosa per lui più naturale: «Vede, abbiamo scelto di concentrare le nostre attività nel Nord-Est perché qui il tessuto economico non è così onesto. Anzi, tutt’altro». Spinto dal borbottare degli avvocati (veneti) delle parti civili, ’o Dottore riprende guardandosi intorno stupito: «Io? Sono un esperto in elusione fiscale. Qui lavoro bene». Poi continua: «Il margine di guadagno era buono, perché qui la gente non ha voglia di pagare le tasse, peggio che da noi».
 
Di cosa sta parlando, Crisci lo sa bene: ha dato vita a una società, la Aspide appunto, che nell’economia del terziario avanzato del «cuore del Veneto» ci sguazza. So­no gli stessi commercialisti e direttori di banca a raccomandare la sua azienda agli imprenditori padovani, vicentini e veronesi. Che a loro volta la consigliano ad altri colleghi. In breve tempo, però, la Aspide comincia a imporre tassi usurai, inghiotte le imprese e le costringe a diventare funzionali alle proprie azioni o a produrre redditi truffaldini. Gli imprenditori che si sono rivolti alla «finanziaria» con il logo del serpente obbediscono. Molti sosterranno di averlo fatto per salvarsi, dopo essere entrati nell’inferno dell’usura e dei ricatti; lo stesso motivo per cui avrebbero presentato altri colleghi, dandoli in pasto all’organizzazione di Crisci. Se fosse vero, quegli imprenditori «costretti» a portarne altri si sarebbero dovuti «redimere» una volta avutane l’occasione, cioè quando contattati da­ gli investigatori della Dia. Ma, in effetti, soltanto una risicata minoranza di loro accetta poi di collaborare con i magistrati della Procura antimafia veneta. Anzi, solo uno: Rocco Ruotolo, che per giunta non è di origini venete ma avellinesi, di Lioni. La sua società edile fondata a Padova nel 1993, la Edil Rocco, viene fagocitata dalla Aspide che la usa come propria base operativa; nella sua sede arriveranno addirittura a organizzare incontri e pestaggi, tanto che alcune delle vittime all’inizio lo indicano come membro della banda. Posizione da cui poi risulta, secondo la stessa Dia e la Dda, del tutto estraneo.
 
 
Gli altri, nulla. Perché evidentemente, quando si sono presentati a una società di sicurezza e recupero crediti che si chiamava Aspide, sapevano cosa stavano facendo e soprattutto cosa volevano. E non a caso ’o Dottore metteva subito in chiaro che si trattava di una filiale della più feroce camorra, quella dei Casalesi. Come mai nel Veneto virtuoso nessuno – tranne un testimone di origini campane, così invischiato nell’organizzazione da rischiare di essere scambiato per uno di loro – collabora con le forze di polizia? Solo Ruotolo, appunto, firma nel settembre del 2010 una denuncia alla Dia di Padova, dopo l’ennesima minaccia. Come risulta da un’ordinanza di misure cautelari emessa dal Tribuna­ le di Venezia, Ruotolo riferisce, nel 2011, un anno dopo l’inizio della sua collaborazione, del pestaggio ai danni dell’imprenditore Alberto Bruscagnin, in ritardo con i pagamenti soggetti a tasso usuraio.
 
L’episodio, avvenuto il 5 gennaio 2011 proprio nel cantiere della Edil Rocco in cui ormai la cosca spadroneggiava, lo turba: durante il «trattamento» – più violento del solito – Ruotolo scorge il figlio dodicenne di uno dei picchiatori campani, che assiste alla scena. Tenta di allontanarlo, ma il ragazzo si divincola e gli spiega di avere l’autorizzazione del padre per stare lì; anzi, aggiunge che il genitore lo sta già preparando a diventare capo, sfruttando videogiochi e film su mafia e camorra. Sarà questo evento, assieme al successivo pestaggio del settantatreenne padre di Bruscagnin, a spingere Ruotolo, a differenza di tutti gli altri imprenditori «veneti doc», a collaborare con la Dia come infiltrato.
 

"La mafia a Nord est? L'hanno voluta i veneti"

 
Ma non è solo questione di metterci la faccia. Viene da chiedersi come mai, nel Veneto virtuoso, nessuno denunci nemmeno in forma anonima l’esistenza della «finanziaria della camorra», che pure si presenta apertamente come tale e che organizza pestaggi ai danni degli imprenditori in ritardo con i pagamenti o dei pochissimi che non vogliono cedere quote o servizi delle loro società in cambio del denaro erogato. E ancora, perché su centocinquanta soggetti vessati dalla Aspide, solo dodici si costituiscono parte civile?
 
Il sostituto procuratore antimafia Roberto Pennisi
 
Una risposta la dà il magistrato del­ la Direzione nazionale antimafia Roberto Pennisi, ai parlamentari della commissione antimafia riuniti il 17 aprile 2012 per discutere del caso Veneto.
Roberto Pennisi: «Questo è il pericolo più grosso rap presentato dal punto di vista sociale: c’è simpatia. Ecco perché non ci sono denunce, tant’è che nell’indagine veneziana si è dovuto ricorrere a un tizio infiltrato, e senza l’infiltrato non si sarebbero scoperte tutte le attività criminali che hanno riguardato almeno centocinquanta persone. Questo lo si legge negli atti dell’indagine della Dda di Venezia».
Presidente, Giuseppe Pisanu: «Si può quindi cominciare a parlare di 416 bis anche in quei territori perché c’è omertà?
Roberto Pennisi: «Ha preso piede. Si tratta di un’omertà che tante volte non nasce dalla paura, ma dalla simpatia perché «finalmente» questa gente del Nord vede farsi avanti soggetti affidabili. È inutile dirlo: sono affidabili. Non posso entrare nei particolari ma dispongo di dati investigativi, di parole provenienti da soggetti non certamente dell’Italia meridionale né centrale che fanno paura e che mi consentono di fare ­ le affermazioni che ho appena fatto».
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