Moschea chiusa: il Tar dà ragione al Comune

La vicenda del padiglione islandese che aveva trasformato una ex chiesa in luogo di preghiera musulmano. Per i giudici è stato accertato "l'uso religioso"

VENEZIA. Il Tribunale amministrativo regionale ha deciso, sostenendo che era del tutto lecito l’atto con cui il Comune ha chiuso il padiglione islandese che ospitava l’opera «La Moschea» dell’artista Christian Büchel. Per i giudici amministrativi del Veneto «risulta sussistente l’inadempimento alle prescrizioni imposte dal Comune di Venezia in relazione alla richiesta di autorizzazione avente a oggetto una mostra espositiva in area privata nell’ambito della Biennale d’arte, consistente in allestimento riproducente una moschea, laddove invece gli accessi effettuati hanno acclarato un uso religioso dello spazio (significativo appare, per esempio, l’utilizzo in concreto del lavatoio per le abluzioni), legittimandosi in tal modo l’adozione del provvedimento inibitorio contestato».

L'ex Chiesetta della Misericordia trasformata in moschea come opera del padiglione islandese della Biennale 2015

Il Tar, comunque, afferma che l’ex chiesa dietro la Misericordia può continuare ad essere utilizzata come spazio espositivo, a condizione che vi sia la richiesta di una nuova autorizzazione e che vengano osservate le prescrizioni indicate dal Comune. A presentare ricorso contro la chiusura, dopo una diatriba durata settimane e che ha coinvolto anche la Chiesa veneziana, era stato l’avvocato padovano Marco Ferrero per conto della «Iceland Art Center»: rimprovera al Comune di essersi assunto la competenza di giudicare che cosa era un'opera d'arte e cosa non lo era, senza aver chiamato un esperto o un critico.

Secondo Ferrero, come dimostrato dalle centinaia di articoli apparsi in tutto il mondo e firmati dai maggiori intenditori di arte, la peculiarità dell'opera era proprio quella di essere viva. Il legale padovano aveva anche chiesto un risarcimento di 378 mila euro.

«Siamo convinti di aver fatto la cosa giusta», aveva risposto l’avvocato Maurizio Ballarin dell’Avvocatura civica, «noi abbiamo dato l'autorizzazione per un'opera d'arte. Se poi all'interno dell'installazione si è fatta un'altra cosa, cioè si è svolto un esercizio di preghiera, allora riteniamo di aver emanato il provvedimento di chiusura in maniera legittima. Adesso si prepareranno i documenti e poi l'ultima parola spetterà al Tar, ma il confine tra opera d'arte ed esercizio di culto non è così sottile come si vuole far credere e una mostra non è un'attività di culto». Alla fine i giudici amministrativi, con le sezione unite, hanno emesso la loro ordinanza, dando ragione all’amministrazione comunale.

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