Stranieri ai margini della città, Venezia al settimo posto in Italia

Secondo la Fondazione Moressa a penalizzarci sono l’eccessiva differenza di reddito tra migranti e italiani e la percentuale di detenuti di altri Paesi (62 su cento). Forti squilibri nel quartiere Piave

VENEZIA. Venezia a rischio banlieue, l'area periferica dei grandi agglomerati urbani che in Francia è sinonimo di scontro sociali? Per certi versi sì, se non si riuscirà a gestire il fenomeno immigrazione con lungimiranza e intelligenza. La nostra città, che conta su oltre 31mila residenti stranieri (il 12% della popolazione, fra cui 16,8% moldavi, il 15,3% bangladeshi e il 12,9% romeni), deve scongiurare la ghettizzazione, già avviata in certi quartieri come via Piave e zone limitrofe e utilizzare il giusto mix di repressione ed inclusione sociale.

Secondo una recente indagine della Fondazione Leone Moressa, infatti, nella classifica dei capoluoghi italiani nei quali la marginalizzazione dell’immigrato è più presente, Venezia è settima, posizione non lusinghiera, frutto soprattutto di due fattori: la differenza fra l’Irpef versata dagli italiani e quella versata da stranieri, che è superiore ai 2.300 euro e denota l’eccessiva differenza di reddito fra immigrati e italiani. E la percentuale dei detenuti stranieri fra i totali, che è del 62%, inferiore solo a Roma e Trento.

Non risulta particolarmente positivo neppure il numero di persone con la cittadinanza italiana, 17 ogni mille stranieri. Eppure, nel nostro territorio la spesa riservata a immigrati e nomadi è inferiore solamente a quella investita nella capitale, anche se, sfatando un luogo comune che vede gli stranieri in testa alla spesa per i servizi sociali, per immigrati e rom si utilizza in realtà una somma di poco superiore ai 4milioni e 700 mila euro (nel Veneziano), cioè il 3,5% dei circa 135milioni e 200mila euro riservati in generale al sociale. L’indagine della Fondazione si concentra anzitutto su quattro componenti: l’inclusione sociale, l’integrazione economica, la criminalità e la spesa pubblica. Partiamo dall’inclusione. Venezia può contare su un dato confortante: la percentuale di donne straniere è elevata (54,4%). Di contro, pochi immigrati residenti nel nostro territorio hanno la cittadinanza italiana e questo è un problema. L’integrazione economica considera il tasso di disoccupazione degli immigrati, che non è elevato: l’11,9%. Più preoccupante la differenza fra la media dell’Irpef versata dagli italiani rispetto a quella degli stranieri: 2.353 euro.

La criminalità è presente, non c’è dubbio. Tanto che ogni cento detenuti nelle carceri veneziane, 62 sono stranieri e su 100 reati 40 sono commessi da immigrati. Alla fine, a Venezia il rischio banlieue è forte. «La nostra indagine», spiegano i ricercatori della Fondazione Leone Moressa, «misura il rischio di marginalizzazione degli immigrati nelle città italiane. Mettendo in relazione la condizione socio economica della popolazione straniera con i tassi di criminalità e con gli investimenti pubblici per l’integrazione, è possibile valutare quanto nelle nostre città sia alto il rischio di marginalizzazione e, di conseguenza, di disagio e devianza: laddove le condizioni socio-economiche degli immigrati sono più precarie, si accentuano i conflitti sociali dando vita a “quartieri ghetto”, fortemente a rischio. In particolare le città del Nord mostrano gli squilibri più forti tra italiani e stranieri sotto questi punti di vista. Per quanto riguarda, infine, la città di Venezia, il capoluogo veneto rientra fra i 30 comuni capoluogo di provincia più a rischio. Una situazione dovuta principalmente al differenziale di imposta Irpef versata e alla forte presenza di detenuti stranieri nelle carceri».

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