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Federico, solo e abbandonato da tutti: si è gettato nel vuoto

C’è un dramma della solitudine e della disperazione dietro il suicidio del trentatreenne di Sottomarina. Nove mesi fa aveva chiesto aiuto denunciando la sua situazione di degrado. Viveva in una tenda

Diego Degan
2 minuti di lettura
Federico Pagan 

SOTTOMARINA. Nove mesi. Il tempo che ci mette un bambino a nascere. Lo stesso tempo che Federico Pagan, nato nell’82, ci ha messo a morire, come se avesse percorso a ritroso il cammino della vita, terminandolo con un volo dal sesto piano di un’impalcatura in via Bergamo. Era l’inizio di settembre del 2014 quando il giovane, dalle pagine della Nuova, aveva chiesto aiuto per la sua situazione. Allora viveva in una tenda nei giardini di via Zeno da un paio di mesi. «Mio padre ha perso il lavoro, perché è fallita l’azienda in cui lavorava, non siamo più stati in grado di pagare l’affitto e ci hanno sfrattati. Ora i miei vengono ospitati da parenti e io ho solo questa tenda dove stare».

Un racconto che non spiegava tutto: Federico non parlava, forse per pudore, dei suoi problemi in famiglia, peraltro evidenti; non parlava della difficoltà a trovare lavoro, piuttosto comune di questi tempi; accennava appena alla, per lui interminabile, trafila burocratica necessaria a ottenere una casa o un sussidio, creata dalle istituzioni nel tentativo di aiutare le persone in base al bisogno. Un bisogno che va dimostrato con code agli sportelli e colloqui con gli assistenti sociali che Federico mal sopportava. Del resto anche lui era mal sopportato dagli abitanti della zona: attorno alla sua tenda si era creata una situazione di degrado, lui stesso era sporco e trasandato e qualcuno aveva chiamato la polizia locale per farlo andare via. Nove mesi fa, quando Federico aveva chiesto aiuto, questa era la situazione.

La tenda dove Federico Pagan dormiva nel giardini di via Zeno 

Dopo di allora, però, qualcosa si era mosso. Il padre, Massimo, aveva trovato un lavoro e un’altra abitazione, ma Federico aveva continuato a rimanere per conto suo. Qualche amico si era rivolto ai servizi sociali del Comune per potergli spiegare come chiedere assistenza, altri avevano fatto il giro delle parrocchie e della Caritas. Ma non era servito. In questi mesi Federico era rimasto solo. Per chi non l’ha conosciuto da vicino è, probabilmente, impossibile dire quanto la sua solitudine fosse dovuta alla mancanza di fiducia in se stesso e quanto alla mancanza di fiducia negli altri, quanta al rifiuto che subiva e quanta al rifiuto che provava verso il resto del mondo. Forse l’ha scritto nella lettera di cinque pagine, che aveva tenuto in tasca mentre si lanciava nel vuoto e che ha lasciato come suo ultimo messaggio, ma su quella lettera vige il massimo riserbo. Anche la prospettiva di un possibile lavoro da pizzaiolo, che poteva concretizzarsi nel prossimo futuro, non è bastata a fermare la sua scalata lungo quell'impalcatura. Quando si è gettato in strada, nella Sottomarina affollata dalla gente del sabato pomeriggio, qualcuno l’ha visto, qualcuno l’ha fotografato e qualcuno l’ha anche filmato. Poi la voce ha cominciato a diffondersi e i suoi genitori, già provati dal conflittuale rapporto con quel figlio che non erano riusciti a portare con loro, verso la salvezza sociale, hanno avuto bisogno dell’assistenza di un medico, per non crollare del tutto.

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