Eros e colore: la bellezza esplode nei padiglioni della Biennale

Viaggio attraverso la foresta di chiavi sospese del Giappone, le voci degli indios, le meraviglie della natura dell'Olanda e l'eros britannico

VENEZIA. Pulsa soprattutto nei padiglioni nazionali l’autentica energia vitale di questa Biennale, con un’attenzione particolare in molti paesi al valore della memoria affidata alla materialità degli oggetti. È il caso, ad esempio del padiglione del Giappone, che ospita una magnifica installazione di una artista come Chiharu Shiota. Ci avvolge una “foresta” di chiavi provenienti da tutto il mondo che pendono da fili rossi sotto cui stanno due vecchie barche che catturano idealmente la marea di ricordi personali legati ai possessori di quelle chiavi. La Grecia invece ricostruisce all’interno del suo padiglione in rovina - con un’altra installazione, curata da Maria Papadimitriou - un vecchio negozio di pelli di animali trasferito dalla città di Volos, con il suo carico di ricordi e il riferimento agli agrimikà, gli animali che condividono l’habitat dell’uomo, ma resistono tenacemente all’addomesticamento. Quasi una metafora della Grecia attuale e della sue difficoltà. Uno dei padiglioni più “poveri” ma più affascinanti, all’Arsenale, è quello dell’Istituto Latino-Americano, che raggruppa diversi Paesi e che propongono con “Voces Indigenas” una grande installazione sonora che ripropone le voci dei dialetti indigeni amerinde. Un potente coro di lingue tutt’altro che morte, ma espressioni di culture che rischiano, però, di scomparire. È invece una sorta di raffinata e struggente wunderkammer rurale quella costruita da Hernan De Vries nel padiglione dell’Olanda, con le forme e i prodotti della natura che diventano essi stessi opere. Ha una forte connotazione naturalistica e insieme animistica anche il padiglione dell’Australia - completamente rinnovato anche nell’architettura - e affidato quest’anno a una artista come Fiona Hall, Anche qui, una grande installazione archeologica ed ecologica, tra le forme di animali australiani intrecciate dalle donne aborigene a una grande “parete” di frammenti lignei resi sculture dalle onde dell’Oceano. La Danimarca si è affidata al grande artista di origine vietnamita Danh Vo - protagonista anche alla Punta della Dogana - che con la consueta raffinatezza, anche qui sul filo della memoria ci propone torsi di Apollo, piatti cinesi incrostati dal mare e Crocifissi seicenteschi per proseguire il suo discorso sui nuovi significati che le opere assumono al di là del tempo. Irina Nakhova è l’artista protagonista del padiglione della Russia costruendo una sorta di macchina del tempo con una grande sala dipinta al nero che richiama i quadri di Malevic, un gigantesco pilota di caccia che ci osserva dietro il suo casco. Grandi alberi in movimento, offerti alla contemplazione seduta del visitatore sono quelli ideati da Céleste Boursier-Mougenot per il padiglione della Francia, trasformato in una sorta di isola naturale che è anche un omaggio ai giardini manieristi all’italiana. È un inno divertito all’erotismo il padiglione - in giallo - della Gran Bretagna - affidato a Sarah Lucas, tra giganteschi simil-peni, che sembrano polipi e riproduzioni di parti anatomiche maschili e femminili con sigarette infilate dove non dovrebbero stare. Nel padiglione degli Stati Uniti una artista performer come Joan Jonas si ispira ancora all’incanti della natura e alla sua fragilità, tra installazioni pittoriche e video, tra bambini “immersi” in un alveare e creature fantasmatiche che popolano lo spazio. Tsibi Geva, l’artista scelto da Israele ricopre il padiglione di centinaia di pneumatici usati portati dal suo Paese e, all’interno, lo riempie di oggetti recuperati trattati come opere d’arte. Nel padiglione della Corea, il duo artistico Moon Kyungwon e Jeon Joonho sviluppa in una grande videoinstallazione una ricerca archeologica sulla civilizzazione umana che intreccia la storia con visioni del futuro. Ma c’è molto di più.
 

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