Si stanno integrando i 44 profughi ospitati dalla Caritas

CHIOGGIA. I profughi presenti a Chioggia, attualmente 44, non aumenteranno. E l'integrazione o, meglio, la convivenza con la popolazione residente, sembra buona. Lo confermano gli stessi immigrati...

CHIOGGIA. I profughi presenti a Chioggia, attualmente 44, non aumenteranno. E l'integrazione o, meglio, la convivenza con la popolazione residente, sembra buona. Lo confermano gli stessi immigrati – per lo più africani - ospitati in tre strutture della città: un hotel, una locanda e una casa famiglia.

Tutti, seguiti nelle loro giornate dalla Caritas diocesana, studiano l'italiano ma, per adesso, si esprimono in inglese. E la loro impressione sulla città non sembra negativa. «Here we're welcome (qui siamo i benvenuti)», dice entusiasta Kelvin, 26enne nigeriano, che aggiunge deciso: «There isn't racism in Chioggia (non c'è razzismo)». Loro studiano l'italiano e trascorrono momenti di svago all'interno di strutture come l'oratorio dei salesiani, dove si sfidano a calcio con i chioggiotti. «The inhabitants of Chioggia are good people, they do not disturb us (i chioggiotti sono brave persone e non ci disturbano)», dice Makumba, 21enne del Gambia, «and we play football with italian guys (giochiamo a calcio con i ragazzi italiani)». Ma alla fine anche loro si rendono conto che il loro futuro non può essere qui, a Chioggia e ammettono candidamente: «here there aren't job opportunities for us (qui non ci sono opportunità lavorative per noi)». Attualmente, nel Comune di Chioggia, non ci sono altre strutture per accogliere ulteriori immigrati e, quindi, salvo nuove disponibilità da parte di privati, non sono possibili altri arrivi, mentre vengono attuati solo avvicendamenti. «La Prefettura ci ha chiesto di fornire servizi per l'integrazione», spiega il professor Bruno Perini, volontario della Caritas, «mentre le strutture alberghiere forniscono vitto e alloggio, la Caritas dà assistenza linguistica e culturale, istruisce sui diritti e i doveri e fornisce sostegno sociopsicologico. Gli ostacoli all'integrazione sono rappresentati dalla paura che l'opinione pubblica nutre sulla possibilità di essere contagiati da eventuali malattie. A tal proposito bisogna ricordare che le persone che vengono fanno i dovuti controlli nelle strutture sanitarie (dopo essere stati controllati appena arrivati in Italia) e seguono uno specifico protocollo sanitario».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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