Don Torta: «Per Maurizio, indignatevi»

Commovente scritto della figlia. Messaggio del Patriarca: percepiamo la politica come matrigna, non vinca la disperazione

«Spero che il suo sacrificio sia servito a qualcosa perché non è giusto che un uomo onesto come mio padre sia arrivato al punto di togliersi la vita a causa di politici che ci fanno pagare l’aria che loro respirano». Le figlie di Maurizio Bernardi, Luisa e Giorgia, hanno affidato ad una lettera (letta in chiesa da Giorgia), il loro ricordo, amorevole, del padre imprenditore di 64 anni che lunedì scorso si è suicidato nella sua azienda di autoricambi in via Trento a Mestre.

Parole pronunciate nella chiesa della Natività di Maria, a Dese, dove ieri don Enrico Torta ha celebrato i funerali di Bernardi. La bara è entrata nella chiesa, affollata all’inverosimile, alle 11 nel silenzio più totale; i banchi erano occupati da amici e conoscenti dell’imprenditore mestrino, dagli amici delle due figlie, da imprenditori arrivati anche da fuori provincia per testimoniare vicinanza alla moglie Antonia e alle giovani figlie.

E sono state le parole di don Enrico Torta a scuotere tutti: «La vita la dobbiamo a Dio, gli uomini invece ci uccidono. Dobbiamo alzare la testa ed esprimere la nostra indignazione di fronte a questo massacro. La vita è più importante di tutto e davanti a questa società dobbiamo ribellarci come ha fatto Gesù. La nostra è una società che abbandona gli ultimi. E quindi indignatevi, fatelo per Maurizio e quanti se ne vanno dalla porta di servizio».

Don Torta, che già in passato si è scagliato contro l’usura, i tassi delle banche e la crisi economica che mette in ginocchio tante famiglie e tanti piccoli imprenditori (quattromila quelli che hanno chiuso l’attività nel Triveneto), spiega: «Non viviamo in democrazia ma nell’oligarchia di cento persone che governano il mondo e di milioni di fratelli nella sofferenza, non solo in Africa, ma nelle fabbriche dei piccoli imprenditori. Di fronte alla prepotenza del dio denaro, che ci ha rubato anche le domeniche, noi siamo carne da macello. Per poche centinaia di euro buttano la gente fuori di casa e con loro buttano fuori Cristo».

Don Torta invita «banche e Stato a tendere una mano di aiuto» invece di lasciare soli tanti imprenditori che si fanno prendere dall’angoscia di fronte a conti da pagare, tasse, debiti. Si ispira a Gandhi e Martin Luther King per invitare tutti «al tempo della indignazione», quella etica, contro la situazione italiana e paragona gli effetti della crisi economica «all’ebola e all’Aids». Don Torta invita, quindi, a fare «rete, noi tutti che non vogliamo questa società in cui si muore per le complicazioni causate dal denaro».

A fine cerimonia, il combattivo sacerdote spiega che con le associazioni che si occupano di sostenere i piccoli imprenditori sta organizzando un’assemblea per il 18 febbraio. «Chi li ha sulla coscienza tutti questi suicidi?», conclude don Torta.

Anche il patriarca Moraglia ha inviato un messaggio, letto in chiesa, alla famiglia di Bernardi. «Siamo i figli di una politica che percepiamo come “matrigna” e che non riesce, come ricorda Papa Francesco, a porre l’uomo al centro. E il lavoro è sempre più finalizzato ai grandi guadagni di pochi, mentre la famiglia non è il reale soggetto a cui far riferimento e l’individualismo trionfa», scrive il Patriarca, citando anche gli effetti nefasti del lavoro domenicale. Poi la dura critica alla politica, sempre più distante: «Intenta a celebrare i suoi riti e impegnata a compiacersi dei suoi presunti successi mentre il rischio dell’antipolitica avanza. Ma una politica che per un verso crede di autorigenerarsi a colpi di lifting e per un altro indossa i panni del “giovanilismo”, una politica che sparge frasi ad effetto e slogan, una politica che è solo alla ricerca del consenso e che si esprime in passeggiate e strette di mani mediatiche, che ha bisogno di twittare, più volte al giorno, a colpi di banalità, ebbene, una tale politica si fatica a sentirla vicina». Moraglia, invece, si stringe alla famiglia Bernardi, pronto ad incontrarli. «Noi preti siamo chiamati a condividere l’angoscia di chi si sente “distrutto” da un tempo di crisi perdurante; dobbiamo, però, dire a quanti vivono tali dolorose situazioni di non cedere alla disperazione e di non perdere mai la speranza». E insiste: «Dobbiamo dire alla nostra gente, con tutta la forza e la tenerezza di cui siamo capaci, che la disperazione non può essere l’ultima parola nella vita di un uomo e di una donna e che a tutto c’è rimedio anche se non si scorge la luce al fondo del tunnel».

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