Operazione “Apocalisse”. Mafioso arrestato dietro piazza Ferretto

“U’ picciriddu” è il reggente della famiglia palermitana dell’Acquasanta. Il padre è all’ergastolo per l’omicidio Dalla Chiesa Gianfranco Bettin: «Lavorava al Tronchetto luogo di presenze criminali»

MESTRE. Vito Galatolo, detto “u’ piciriddu”, 41 anni viveva dal 2012 a pochi passi da piazza Ferretto, al civico 21 di via San Pio X nel condominio Tiziano, dove i campanelli indicano solo gli interni ma non i cognomi di chi vi abita, per garantirne la privacy. L’abitazione ideale per un uomo al soggiorno obbligato, trapiantato da Palermo a Mestre dopo la scarcerazione per fine pena avvenuta nel settembre 2012. A Mestre Galatolo ha vissuto come un signor “nessuno” con la moglie e tre figli. Ma il suo nome a Palermo fa tremare.

Ieri mattina alle 4 è stato prelevato dalla sua abitazione dai finanzieri del Gico di Venezia in supporto ai colleghi del Nucleo di Polizia Valutaria di Palermo, impegnati in una maxi operazione che ha sgominato la nuova Cupola della mafia siciliana. Un blitz in piena regola che ha interessato tutto il territorio nazionale e che ha permesso di azzerare i mandamenti mafiosi di San Lorenzo-Tommaso Natale e Resuttana. 96 indagati, 78 destinatari di ordinanza di custodia cautelare in carcere, 13 ordinanze di arresti domiciliari, due di obbligo di dimora, un divieto di dimora e un obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Otto aziende, tutte con sede a Palermo, sono finite sotto sequestro.

Svelati anche omicidi di cent’anni fa, come quello del poliziotto Joe Petrosino. Le accuse vanno dall’associazione per delinquere di stato mafioso, il traffico di sostanze stupefacenti, le estorsioni (32 i casi), la fittizia intestazione di beni, il riciclaggio e il reimpiego di denaro provento di delitti, l’illecita concorrenza con violenze e minacce, detenzioni illegale di armi e munizioni e pure reati di natura elettorale. Mestre viene toccata per l’arresto di Vito Galatolo, figlio di Vincenzo che sta scontando l’ergastolo per l’uccisione del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Vito è ora il nuovo reggente della famiglia mafiosa dell’Acquasanta, che aveva preso il posto dei fratelli Agostino e Filippo Matassa. Di quest’ultimo, Vito è il genero.

Ufficialmente lavorava come operaio manutentore in una ditta del Tronchetto ma da Palermo arrivavano le casette piene di buon pesce per lui e stando alle accuse, arrivavano anche i soldi del pizzo e degli affari illegali delle cosche mafiose. Soldi sporchi che Galatolo ripuliva dalla tranquilla Mestre. Secondo l’accusa, infatti, Galatolo seppur lontano da Palermo, ha continuato, da Mestre, a riciclare il denaro «della cassa della famiglia mafiosa dell’Acquasanta».

E tra i metodi utilizzati «vi sarebbe stato anche quello di impiegare oltre 660 mila euro di proventi illeciti in scommesse calcistiche “ripulendo, mediante le vincite, oltre 590 mila euro». Galatolo, dopo l’arresto, è stato trasferito al carcere di Padova a disposizione degli inquirenti palermitani che conducono questa nuova maxi inchiesta contro la mafia e che sta svelando molti segreti di “Cosa Nostra” e fornendo la mappa dei nuovi boss dell’organizzazione.

Il nome della famiglia Galatolo torna anche in un arresto dell’aprile scorso, quello di Giuseppe Corradengo, 49 anni, “re” nel settore della coibentazione ( sua era la Eurocoibenti, per fare un nome noto in città) le cui società ottenevano appalti fra i bacini di La Spezia, Marghera, Monfalcone e Ancona e anche per Fincantieri ( che ha subito precisato di essere parte lesa). Corradengo era accusato di concorso esterno in associazione mafiosa: l’ex operaio diventato manager sarebbe stato un prestanome proprio del clan Galatolo, legato al capo storico della Cupola, Salvatore Riina.

Un arresto che inquieta, quello di Vito Galatolo, quarantenne rampollo di un potente clan della mafia. «Colpisce che l’arrestato lavorasse presso una ditta del Tronchetto, luogo di traffici e presenze criminali già documentate anche se tuttora, in buona parte, sfuggenti e per lo più attribuite alla malavita locale», segnala Gianfranco Bettin, ex assessore e presidente dell’osservatorio Ecomafie del Comune. «Il possibile intreccio, che l’arresto di oggi può suggerire, tra malavita locale e criminalità organizzata di stampo mafioso, o addirittura Cosa Nostra a tutti gli effetti, solleva ulteriori e forti inquietudini. Intorno al Tronchetto c’è stata, in questi anni, una certa sottovalutazione, specialmente da parte di varie istituzioni pubbliche. L’operazione della Dia deve far ripensare anche a questo luogo di interessi in cui il confine tra economia legale ed economia criminale appare troppo spesso sfumato», avverte il politico. E infatti in città la notizia dell’arresto del presunto capomafia fa scalpore ma anche preoccupa, e non solo perché ricorda gli anni difficili della mala del Brenta che fece il salto di qualità proprio dai rapporti con mafiosi al soggiorno obbligato in terra veneta. Preoccupa anche una città che dopo gli ultimi scandali, stavolta legati a corruzione e grandi opere, torna a fare pesantemente i conti con il malaffare. L’inchiesta “Apocalisse” a Palermo ha permesso di azzerare clan e svelare il ruolo di vecchi e nuovi boss della mafia, confermando che i traffici mafiosi ora toccano anche settori nuovi come quello delle pompe funebri e pure le scommesse di gioco. Quelle su cui, pare dall’indagine, si era in particolare concentrato proprio Vito Galatolo, figlio del killer del generale Dalla Chiesa e con interessi illeciti anche nel settore della nautica, dal suo soggiorno obbligato a Mestre nel palazzo sopra lo sportello della “Credem” di via San Pio X , vicino all’incrocio con la centralissima via Fapanni.

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