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Investire in via Piave si può: «Così combattiamo i cinesi»

Dolores Modonutti, con marito e figlio, ha comprato un negozio di abbigliamento «Questo è il mio rione: non ho paura e nessuno mi può mettere i piedi in testa»

di Marta Artico
2 minuti di lettura

MESTRE. Comperano il negozio e investono in via Piave, per fare concorrenza ai cinesi e riprendersi un quartiere che un tempo era un boulevard dello shopping, catalizzatore di marchi di qualità. Stiamo parlando di “Smart” di Giuliano Favaretto: anche se fuori non c’è ancora l’insegna, ha aperto ad ottobre e vende abbigliamento per uomo e donna. Si tratta di una famiglia veneziana: in via Piave, di fronte all'omonimo bar, vuol dire tanto.

Si distingue in una strada tappezzata da scritte in altre lingue, pizza al taglio, rosticcerie indiane, internet-point e centri estetici sotto sequestro. «Sono nata qui», racconta Dolores Modonutti, la madre, «nelle case dei ferrovieri. Questo è sempre stato il mio rione, ai bei tempi, quando via Piave era una delle strade più belle di Mestre». Poi la donna, 63 anni, laureata in storia, a lungo impiegata all’Ilva e oggi in pensione, si è trasferita a Peseggia. «Abbiamo deciso, io, mio marito, insegnante in pensione e mio figlio Giuliano, di comprare il negozio e di farlo proprio qui, acquistando anche i muri, perché l’unico modo per fare concorrenza ai cinesi è quello di non dover pagare i soldi dell’affitto e avere la possibilità di gestirsi, applicando più sconti e ribassi». Come? «Abbiamo una linea di abbigliamento giovane: mio figlio è l'intestatario, io lo aiuto, lui pensa alla moda maschile, io invece acquisto capi nelle maglierie del Bellunese o della zona di Scorzè, le poche rimaste, compero pezzi di discreta qualità e capi di marca, fuori classe, prodotti per le grosse firme, quelle importanti, che lavorano anche per le grandi case».

Tutto made in Italy dunque: piumini d’oca, maglioni di cashmere, ma anche camicie, giacche da uomo, pantaloni. I cinesi sono incuriositi: entrano, danno un’occhiata, sbirciano i prezzi, poi escono. «Mio figlio è laureato in lingue ma finora ha trovato solo lavori precari», racconta ancora. «Oggi è così, si trovano lavori sottopagati, l’insegnamento è defunto, le madri e le famiglie che possono danno una mano, come me. Bisogna imparare dai cinesi, che sono imprenditori, bisogna buttarsi nel mercato, investire, non lasciare tutto in mano a loro, dobbiamo riprenderci i nostri spazi, il nostro tessuto sociale e produttivo. Così abbiamo deciso di comperare il negozio e, grazie ad una circolare governativa, posso lavorare anch’io per un tot di ore all’anno». Almeno finché l’attività non sarà avviata. Tutto in famiglia, come insegnano gli stranieri, senza spese aggiuntive se non la propria forza lavoro.

«Sono nata in questo quartiere, qui c’è un’edilizia storica che altrove non si trova. Palazzi magnifici, d’epoca, basta guardare il pavimento veneziano di questo locale». A dicembre, l’inaugurazione, con tanto di festa. I negozi di italiani, tra le decine di cinesi, in via Piave sono rarissimi, quelli di abbigliamento si contano sulle dita di una mano. «Nei paraggi siamo rimasti in tre», spiega. Non le fa paura via Piave? «Mio figlio quando ci sono io mi dice di stare attenta, ma non ho paura di nessuno, questo è il mio rione, nessuno mi mette i piedi in testa». La gente entra, è contenta, ritorna.

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