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Venezia torna indietro: niente sede italiana all’Ermitage

Dopo il fallimento di Ferrara, il museo di San Pietroburgo non riesce a trovar casa neppure in Laguna. Poca chiarezza su fondi e finanziamenti, così il sindaco Orsoni ritira la delibera

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VENEZIA. La Fondazione Ermitage Italia a Venezia affonda ancor prima di nascere. A certificarlo, il suo primo proponente, il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni che ieri, in Commissione consiliare, di fronte alle contestazioni venute da più parti - tra l’altro dal capogruppo del Pd, di maggioranza, Claudio Borghello, di Jacopo Molina, dello stesso partito e di Gianluigi Placella del Cinque Stelle - per i costi che verrebbero alla città dalla gestione della nuova istituzione, sull’effettiva necessità di creare un nuovo organismo di questo tipo e sulla scarsa chiarezza sulle fonti di finanziamento, ha preso atto dicendo: «Allora ritiro la delibera».

La delibera era quella relativa al protocollo d’intesa tra il Comune e il Museo Ermitage di San Pietroburgo, che stabilisce un rapporto quinquennale tra le due istituzioni, facendo nascere la sede italiana del museo, prima a Ferrara, a Venezia, all’interno delle Procuratìe Vecchie in Piazza San Marco. L’iniziativa era stata presentata all’inizio di giugno da Orsoni, dal direttore dell’Ermitage Michail Piotrovsky, dal sindaco di Ferrara Tiziano Tagliani e dal sottosegretario veneziano al Ministero dell’Economia Paolo Baretta, nel ruolo di “garante” della possibilità che il Governo eroghi fondi a favore della nuova istituzione, come aveva fatto, quando la sede era Ferrara, il ferrarese Dario Franceschini. E proprio il sostanziale fallimento dell’operazione Ermitage a Ferrara è la motivazione che ha spinto parti della maggioranza di Orsoni e la stessa opposizione a chiedere lumi per capire se la nascita della nuova istituzione a Venezia sarebbe stata una grande opportunità o una fonte di problemi, anche economici, in un momento molto complicato per il bilancio della città.

E il fatto che Orsoni si sia arreso così facilmente, limitandosi a una difesa d’ufficio, fa pensare. «Ermitage Italia fa ricerca, lavoro scientifico, sostiene gli studiosi, pubblica cataloghi, organizza conferenze e, naturalmente, anche mostre, ma l’attività principale è quella della produzione culturale e della ricerca sulla storia dell'arte italiana, con giovani studiosi russi che lavoreranno fianco a fianco con colleghi italiani ed europei», aveva spiegato alla presentazione il segretario della Fondazione, il veneziano Maurizio Cecconi, tramite di questo traghettamento dell’istituzione da Ferrara a Venezia.

Ferrara aveva detto basta dopo sei anni principalmente per la mancanza di fondi per l’attività della fondazione, dopo che lo Stato non aveva dato seguito al finanziamento triennale da 750 mila euro ottenuto in precedenza con i buoni uffici del ministro ferrarese Dario Franceschini. La Regione Emilia e la Provincia di Ferrara, in periodi diversi, si erano sfilati dall'istituzione. La strada individuata era stata appunto quella di liquidare la Fondazione Ermitage Italia a Ferrara - già posta in vendita dal Comune emiliano la Palazzina Giglioli che ne era la sede - e farla rinascere, come la Fenice, a Venezia. Ma su come farlo, buio fitto.

Il protocollo d’intesa con l’Ermitage ieri ritirato, si limita a dire al punto tre a proposito della fondazione che «il Comune di Venezia si impegna ad assicurarne direttamente o indirettamente e in maniera congrua il funzionamento e le attività in maniera analoga a quanto accaduto nel passato della fondazione». Un po’ poco per rassicurare tutti sulle fonti di finanziamento.

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