Calzaturiero, metà produzione è in mano ai laboratori cinesi

Stra. Denuncia della Filtcem-Cgil: cresce il numero degli imprenditori che si rivolgono ai clandestini mentre il settore registra 250 operai in cassa integrazione. L’appello ai carabinieri: più controlli

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«Il calzaturiero made in Riviera del Brenta? Per quasi il 50% è made in Cina». A dirlo senza tanti giri di parole sono Riccardo Coletti, segretario provinciale della Filtcem Cgil, e dello stesso sindacato Michele Pettenò, che denunciano nella filiera rivierasca una situazione insostenibile. «Il mercato della calzatura nel distretto della Riviera si sta riprendendo, i segnali di recupero», dice Coletti, «ci sono sia sul mercato nazionale che estero. Peccato che non riguardino i tomaifici, suolifici e tacchifici. Ma come, se le fabbriche di scarpe sfornano più pezzi per ordinativi in ripresa, perché permangono nei tomaifici circa 250 persone in cassa integrazione e una ventina di aziende rischiano di chiudere da un momento all’altro»? La risposta per la Filtcem Cigil è chiara: «Dopo la paura di essere pescati a servirsi nei laboratori clandestini cinesi, capitata con i controlli dei carabinieri nell’autunno del 2012», dice Coletti, «molti “nostri bravi imprenditori rivieraschi della calzatura” sono tornati al solito vecchio vizio, quello cioè di puntare solo sulla riduzione del costo di lavoro infischiandosene di parole come investimenti, tecnologia e innovazione. Rincorrono le nuove schiavitù per restare sul mercato e condannano le ditte nostrane alla chiusura». Per la Cgil questa situazione deve finire: «Chiediamo ai lavoratori, agli amministratori e ai cittadini della Riviera di segnalare alle forze dell’ordine i laboratori cinesi che fanno suole e tacchi impiegando lavoratori in nero e immigrati clandestini e segnalare i calzaturifici che se ne servono. Questi disonesti che sfruttano un lavoro senza regole vanno colpiti e multati pesantemente». La proposta: «La Regione elargisca i fondi di aiuto alle imprese in difficoltà, solo a quelle che certificano che il loro prodotto è solamente fatto in Italia, da ditte italiane con una tradizione calzaturiera comprovata, o ancora meglio in Riviera del Brenta. Questi imprenditori che si servono dai cinesi non si rendono conto che si tratta di una furbata che dura poco. Solo il tempo necessario al benestante cliente straniero di accorgersi di trovarsi di fronte ad un prodotto Made in Cina e il loro bel prodotto “taroccato” finisce nella spazzatura». Oltre a questo fenomeno poi non si ferma secondo la Cgil neanche quello di tante piccole aziende del comparto di dichiarare fallimento poi rinascere con “meno rigidità” per quanto riguarda il mercato del lavoro. Le aziende vengono affidate a un parente dell’imprenditore fallito o a un suo prestanome. Fin dall’inizio dell’anno la Cgil ha denunciato i casi alla direzione provinciale dell’Ispettorato del Lavoro e ha fatto anche un esposto alla magistratura.

Alessandro Abbadir

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