L’amicizia e l’intesa con Giusto Pio «Tutto ebbe inizio da una lezione di violino»

Il violista Stefano racconta il rapporto tra il padre e l’artista siciliano «Si sono sempre dati del “lei”: era una forma di rispetto» 

l’intervista



Alto, allampanato, magnetico anche dietro agli immancabili occhiali scuri, pochi soldi nelle tasche forate da una generosità siciliana, una spiritualità profonda spinta verso una continua ricerca di nuove sonorità per esprimere il molto che aveva dentro, la soglia dei trent’anni superata da poco. Si presentò così Franco Battiato a Giusto Pio, che allora – era l’autunno del 1977– era già un affermato violinista dell’orchestra Rai di Milano, partito da Castelfranco dopo la guerra per inseguire quello che era al tempo stesso un sogno e una missione: la musica da suonare e comporre. A farli conoscere fu un altro grande: il pianista Antonio Ballista, su intercessione di Stefano Pio, figlio di Giusto, violista della Fenice fino a qualche mese fa. E che oggi ricorda quell’amicizia vera fondata sulla stima e sul rispetto tra il padre e Franco Battiato.

«Frequentavo il liceo classico Manzoni di Milano e, nel tempo libero dagli studi, gli ambienti underground della capitale lombarda di fine anni Settanta. Gli stessi in cui si esibiva Battiato, allora uno sconosciuto. Adoravo quell’artista. Anche mia sorella Giulietta».

Come avvenne l’incontro con Giusto Pio?

«Battiato non sapeva leggere la musica. Voleva imparare a suonare il violino. Ballista pensò che il maestro giusto per lui non poteva essere che quel violinista di Castelfranco, geniale e umile. Così propose a papà di prendere questo nuovo allievo. Non fu un sì immediato. Papà disse che aveva molto da fare. “Ma anche la domenica? ”, insistette Ballista. “Di domenica porto la Mari (mia madre) a passeggio”. “E se piove?”. “Va bene”, si arrese papà, anche su mia insistenza. E così Battiato una domenica pomeriggio suonò il campanello di casa nostra per la prima lezione di violino. Fu l’inizio di un’amicizia profonda e sincera. Fu l’incontro di due anime simili, due intellettuali affascinati dallo sperimentare. Composero capolavori, da “L’era del cinghiale bianco” ai testi per Alice, Giuni Russo, Milva, ...».

Si diedero sempre del “lei”.

«È vero: nonostante il loro fosse un legame forte e consolidato, nonostante si sentissero quotidianamente anche quando la collaborazione si era allentata, continuavano a usare questa forma di reciproco rispetto. Non era distanza, ma rispetto per il maestro e rispetto per l’artista. Si volevano bene, si stimavano. Tra di loro c’era una perfetta simbiosi artistica e umana».

Cosa ricorda del Battiato di quegli anni ?

«Le partiture, i fogli di carta sparsi, le melodie accennate al piano, perché i dischi che realizzarono insieme nacquero a casa mia. Franco non aveva un soldo in tasca, ma arrivava con il taxi. Non per snobismo, ma perché non sapeva orientarsi nella rete tranviaria milanese. Lo caratterizzava un’umanità fuori dagli schemi, la stessa che lo ha accompagnata per tutta la vita. S’intuiva e si toccava la sua personalità artistica di tutto rilievo. Aborriva le classificazioni. Resterà un grande».

Quanto è durata la collaborazione artistica tra Pio e Battiato?

«L’esperienza di coautorialità va dal 1978 al 1995 quando papà si ritirò nel suo studio di Castelfranco. Ma poi il loro legame, anche artistico, è continuato. Si sentivano, si scambiavano pareri sulle rispettive creazioni. Si confrontavano, si scontravano e, insieme, crescevano. Quando era in Veneto, Franco non mancava di passare per Castelfranco a trovare papà. Ha voluto esserci anche al suo funerale, in quel giorno di febbraio di quattro anni fa. Lui con Alice».

Quale eredità ci lascia?

«La sua portata musicale e il suo essere all’avanguardia saranno compresi nei prossimi decenni. È stato e resta un maestro di vita. Ricordo i primi concerti: eravamo in quattro gatti ad ascoltare questa sorta di profeta di un pop intelligente, capace di straordinarie incursioni in mondi e culture altre, lontanissime. Niente in lui era banale. Sapeva comunicare quel quid di arte comprensibile a tutti, ciascuno secondo la propria sensibilità e preparazione ».

Come ha appreso la notizia della morte?

«Se da un lato c’è l’umano dolore per la perdita, penso che per Franco questo passaggio sia stata la liberazione dell’anima da un corpo che forse era diventato una prigione. Si era preparato. Non temeva la morte. Ricordo quel documentario che aveva girato in Nepal confrontandosi con i monaci tibetani sul loro libro che approfondisce proprio questo passaggio dello spirito liberato dal corpo. Era pronto e sereno ». —





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