Una donna, due ruote e settemila chilometri Così Loretta ha abbracciato l’Italia

Era un’imprenditrice, ha dovuto fare i conti con la malattia La nuova vita, la solidarietà e la reazione alla pandemia



Due terzi della distanza fra la Terra e la Luna, in bicicletta, oppure sei volte il giro dell’equatore: sono i traguardi a cui si sta avvicinando a grandi pedalate l’ex imprenditrice vicentina Loretta Pavan, che da 12 anni a questa parte si sta sobbarcando decine di migliaia di chilometri all’anno sulla bici per sfuggire a un nemico terribile, il cancro, e per aiutare concretamente chi lo combatte. Dopo aver corso le più classiche randonnée (così si chiamano queste corse), come la 999 Miglia, l’Everesting Challenge, il Giro delle Quattro Nazioni o quello delle Repubbliche Marinare, aver raggiunto Capo Nord e aver scalato il Monte Grappa centinaia di volte, la scorsa estate, per esorcizzare il Covid, Loretta si è cimentata in un’impresa pedalatoria che l’ha portata a coprire 7mila km (il doppio del Giro) in 41 tappe quotidiane, lungo le coste italiane, nelle isole maggiori e attraverso la pedemontana.


Come un regalo

Per raccontare la sua avventura e festeggiare il suo recente sessantesimo compleanno, si è regalata il libro “Abbracciamo l’Italia” (Ed. La compagnia del libro, 15 euro), sottotitolo “Settemila km di speranza, solidarietà, fatica e bellezza nell’estate dell’epidemia”, scritto dal giornalista vicentino Gianni Nizzero con prefazione di Davide Cassani, il ct del ciclismo azzurro.

L’impresa e il libro sono finalizzati a raccogliere fondi a favore degli Amici del Quinto Piano, un gruppo di volontari che aiuta i malati ed ex malati oncologici e i loro familiari, e dello “Spes – Servizio Psicologico Empatico Solidale” di Vicenza.

Ma cosa ha portato Loretta, fino a quindici anni fa lontana anni luce dal ciclismo e impegnata soprattutto nella famiglia e nel lavoro, dove da operaia era diventata direttore di una piccola azienda orafa, a porsi e conquistare questi traguardi? La risposta è nella tragica storia sanitaria della sua famiglia: due giovani sorelle morte di tumore a pochi mesi di distanza l’una dall’altra, tra il 1999 e il 2000, e poi la scoperta – nel 2006 – di essere lei stessa gravemente ammalata. Operata al seno dal professor Umberto Veronesi, per sfuggire alla pressione psicologica si rigettò ben presto a capofitto nel lavoro, ritrovandosi rapidamente esaurita nel corpo e nello spirito. Costretta a fermarsi e a dedicarsi a se stessa e alla famiglia, nel 2008 ricevette in dono una vecchia bici da corsa da alcuni amici, e fu amore a prima vista.

Dietro le spalle

«Bastò la prima uscita e fui subito conquistata» Loretta racconta nel libro. «Un senso di liberazione! L’aria che mi riempiva i polmoni e che sfiorava le guance, mi dava la sensazione di essere leggerissima. Tutto quello che mi circondava era energia e sentivo una carica di positività. Era come lasciarsi indietro le paure, le insicurezze e le angosce che stavano minacciando la mia vita».

Dopo i primi giri sulle strade di casa cominciò ad accumulare chilometri su chilometri, e a cimentarsi nelle imprese più impegnative, in compagnia di alcuni amici e in particolare dell’esperto Giorgio Murari: dalla Verona-Passo Resia-Verona (600 km in 33 ore) passa alla Parigi-Brest-Parigi (1200 km e 12mila metri di dislivello), quindi alla Pinerolo-Barcellona-Pinerolo (1800 km e 15mila metri di dislivello), fino alla Arco-Capo Nord (4300 km, 30mila metri di dislivello). Dal 2017 in poi supera ogni anno i 30mila km di strada, senza mai trascurare l’amico Monte Grappa, che è il suo santuario personale (oltre che di tanti ciclisti) oltre che per le sue caratteristiche geografiche anche per la sua tragica storia.

Il progetto

Contestualmente alla resistenza alla fatica cresce in lei anche l’urgenza di trasformare la sua passione in qualcosa di utile per gli altri. Così accanto al sostegno agli Amici del Quinto Piano dell’Ospedale San Bortolo, proprio nei mesi del primo lockdown, un anno fa, si affaccia l’idea di stringere in un abbraccio ideale un Paese che abbracciarsi non può più. Detto-fatto: studiato attentamente il chilometraggio e il dislivello delle 41 tappe, organizzati i pernottamenti, preparati i bagagli (massimo 22 chili, bici compresa), superati i mille dubbi delle settimane di vigilia, il 3 agosto del 2020 alle otto del mattino la mini-carovana di Loretta e Giorgio prende il via dall’Ospedale di Vicenza, salutata da pochi intimi e con la diretta di Uno Mattina. A Vicenza, stavolta in Piazza dei Signori, torneranno alle 16 del 12 settembre, accolti con l’entusiasmo contenuto dei familiari, degli amici, dei sanitari, dei volontari, come si conviene nell’era Covid. In mezzo ci sono stati 7000 chilometri con 12mila metri di dislivello, tanti paesaggi diversi, tanti incontri, tanta fatica ma anche tante emozioni positive, e la sensazione piacevole di aver contribuito in piccola parte a ricucire i tessuto strappato della socialità. La seconda parte del libro è un diario dettagliato e illustrato di questo tragitto, che potrà essere percorso – quando ci sarà consentito – anche da ognuno di noi. Magari a partire dalle nostre città, moltiplicando le tappe e centellinando i chilometri. —

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