Un infuso di digitale può uccidere o curare La morte di Cangrande diventa un cold case

Morì a Treviso, è sepolto a Verona. Le analisi sul Dna sono ormai a un punto di svolta: a marzo la risposta



Un vigoroso uomo di 38 anni all’apice del suo successo che muore, lontano da casa, dopo una breve malattia. La febbre alta in pieno luglio e altri sintomi fanno sospettare l’avvelenamento o la congestione conseguenti al suo essersi dissetato a una fonte inquinata o molto fredda. Ma le voci di un deliberato omicidio cominciano subito a circolare. E circolano da sette secoli, poiché la morte di Cangrande della Scala avvenne il 22 luglio 1329 nella Treviso dov’era pochi giorni prima entrato vittorioso per sancire la sua conquista della Marca.


Le sue spoglie furono portate nello straordinario cimitero di famiglia nel cuore medievale di Verona, le Arche Scaligere, dapprima accanto ai suoi avi ma poi, forse già l’anno successivo, il suo sarcofago fu spostato sopra la porta d’ingresso laterale della chiesa di Santa Maria Antica. E sul suo coperchio venne posta una statua che lo raffigura sdraiato sul letto di morte, con spada e abiti curiali, ma con il sorriso sulle labbra. Un dettaglio singolare per un condottiero che singolare lo fu davvero: Cangrande era, infatti, gioviale e dotato di eloquio fluente, era coraggioso e compassionevole, uno scaltro politico e un generoso mecenate, un uomo saggio amante dell’arte e della scienza, nonché un fervido credente. Così lo ritraggono gli storici dell’epoca e soprattutto il suo più fervido e celebre ammiratore, Dante Alighieri.

Proprio in questo anno dantesco, in quella Verona dove Dante fu a lungo ospite di Cangrande, e dove scrisse il Paradiso che gli dedicò, stanno per concludersi i rilievi scientifici che faranno luce sulla morte del condottiero scaligero. Probabilmente già nel Dantedì 2021 (il 25 marzo, data indicata come inizio del viaggio letterario del Poeta nell’oltretomba), saranno resi noti gli esiti di un’indagine iniziata nel 2004, come ricorda la direttrice dei Musei civici di Verona, Francesca Rossi, in questi giorni impegnata anche nell’allestimento delle tre grandi mostre dantesche realizzate dai Musei veronesi: «Il 12 febbraio 2004 vennero esumati i resti di Cangrande, mummificati naturalmente come era già emerso in una precedente indagine del 1921. Resti così ben conservati che un’equipe multisciplinare potè sottoporli a radiografie, Tac, autopsia e altre analisi. Furono prelevati materiali biologici, in particolare il fegato e alcune ossa, e depositati al Museo di Storia Naturale, mentre la mummia fu ricollocata nel suo sarcofago due giorni dopo».

Gli esami svolti all’Ospedale di Verona in quella occasione evidenziarono qualche acciacco: un inizio di enfisema polmonare e problemi artrosici ai gomiti e alle ginocchia, ma rilevarono anche che era un uomo sostanzialmente sano, ben nutrito e di grande sviluppo muscolare. Un uomo imponente, per la sua epoca (alto almeno 175 cm), con un viso lungo contornato da capelli chiari e ricci e con una mandibola prominente. Dettagli così precisi che fu possibile realizzare un calco del suo cranio.

«Nel gennaio 2020» continua Rossi «è stata avviata l’indagine storico-scentifica “Il genoma di Cangrande della Scala: il Dna come fonte storica”, promossa da Comune, Musei e Università di Verona. È un progetto di straordinario interesse storico condotto con metodi scientifici sui reperti custoditi nel Museo di Storia Naturale. Quando furono prelevati, infatti, non era possibile effettuare su di essi una ricerca sul Dna. Oggi le più avanzate tecnologie consentono di estrarre e sequenziare il Dna da campioni antichi e di consentire l’analisi dell’intero genoma riducendo al minimo gli artefatti e i danni dovuti a contaminazioni e all’età. L’analisi sta fornendo dati scientifici certi che offriranno importanti novità sulla vita, e soprattutto sulla morte dell’illustre veronese».

Come dire che manca oramai poco alla soluzione del mistero che ancora aleggia intorno alla sua morte, all’archiviazione di questo cold case medievale. Qualche anno fa, le indagini autoptiche sembrarono indicare un’intossicazione causata da un infuso in cui era contenuta la velenosa digitale. Ma la pianta, le cui proprietà terapeutiche sembrano essere state scoperte qualche secolo più tardi, potrebbe anche essere servita a tentare di curare alcune disfunzioni cardiovascolari di cui solo il Dna potrà informare.

L’indagine rientra fra gli eventi celebrativi di “Dante a Verona 1321-2021”: una mostra diffusa che omaggerà tanto Dante quanto la città che gli offrì “lo primo tuo refugio è l primo ostello”, consentendo di visitare sia i luoghi legati alla presenza del Poeta in città e alle citazioni nella Commedia.

In programma anche mostre al Museo di Castelvecchio ( “L’inferno” di Michael Mazur, dal 6 marzo) e alla Gam Achille Forti ( “Tra Dante e Shakespeare. Il mito di Verona”, dal 23 aprile). —

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